La Serracchiani tra Serra e Saviano

 

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Se dice una corbelleria la Serracchiani , non ci resta che ridere. O ci si indigna come fa Roberto Saviano (https://www.facebook.com/RobertoSavianoFanpage/photos/a.402350881863.180175.17858286863/10154619887091864/?type=3&theater ) .

Se la riprende Michele Serra, giustificandola sotto l’ombrello del tradimento di fiducia, mi viene da piangere. Il pianto si fa isterico quando Serra giustifica la posizione della Serracchiani col tradimento della fiducia del migrante che stupra in casa nostra. E bisogna proprio credergli, perché aggiunge che lui ama i migranti e li andrebbe a prendere, là dove sono, in aereo ed in nave. Forse sarebbe stata l’occasione buona per dirne quattro contro l’Occidente che crea in quei luoghi i motivi dell’esodo, armando una fazione contro l’altra e la peggior risma di criminali autoeletta a “Stato Sovrano”. Lo ha fatto e lo fa, l’Occidente, tradendo quella fiducia che le popolazioni – a nostro dire – primitive rimettevano nel nostro progresso civile e culturale. Se tanto ama i migranti, Serra, tanto dovrebbe odiare chi ha ridotto le loro terre in mercati d’armi, di organi, di uomini e di donne e di schiavi. L’Occidente di Serra questo ha fatto e questo fa, tradendo la fiducia che il mondo dei miserabili rimetteva nelle sue mani.

I cosiddetti intellettuali non colgono il centro della questione e cadono nell’inganno dialogico in cui si è tombata da sola – minibus? – la Serracchiani. Probabilmente a sua insaputa. Ma una malizia va aggiunta: Serra interviene solo dopo Saviano per bacchettarlo, perché quest’ultimo avrebbe ingiustamente tradotto la frase della Serracchiani col peggior topos linguistico della Lega.,

Proviamo a sparigliare le carte. Reset logico-cognitivo, si ricomincia.

Se si vuole parlare di migranti e di immigrazione, lo si faccia nel merito. Se il centro dell’attenzione è la gravità e la disumanità dello stupro, si discuta di questo. Se poi s’intende aprire un dibattito sulla “fiducia” e sul “tradimento” lo si faccia con l’approccio degno della delicatezza del tema e con l’acume necessario per non cadere nelle trappole già tese che l’una e l’altro , prima ancora che nella storia del loro lessico, hanno incise nel loro statuto semantico primario.

Parlare di fiducia, incrociando stupro ed immigrazione è , senza se e senza ma, assetto logico-cognitivo razzista. E si è anche stupidi: un razzista intelligente, per parlare di fiducia ed immigrazione, avrebbe discusso intorno ad un altro reato, più prossimo alle esigenze di sopravvivenza , come furto e rapina. E magari avrebbe ottenuto più consensi anche nello stesso PD. Ma tant’è: ormai anche le pietre sanno che il 90% degli stupri e delle violenze sulle donne sono ad opera di coniugi, compagni, padri, ziii. Amici di famiglia. Tutti uomini italiani che quotidianamente rompono il patto di fiducia familiare, cioè quello che li lega alla loro comunità primaria. Altro che immigrati. Si avvisi la Serracchiani.

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Lavoro, dignità e crisi dell’Occidente.

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A me Grillo non piace come politico, ammesso che sia un politico. Non mi piace. Mi faceva ridere ma non mi piaceva neppure quando lo guardavo in TV. Non mi è mai piaciuta la sua volgarità verbale. Ciononostante ridevo e coglievo nella sua comicità la denuncia sociale. Non mi piace neppure adesso con i suoi stupidi occhiali colorati da figo settantenne. Come non mi piacciono tutti i fighissimi settantenni con quell’aria da immortali, quelli che  scambiano  pantaloni e maglioni  con i nipoti.  Grillo non mi ha mai incantato per la veemenza del linguaggio, per il trash che tanto seduce e che gli sta appiccicato addosso come l’aureola sulle teste di Michele Serra e di Massimo Gramellini.

Non mi ha mai  incantato il “vaffa”. Non mi convince il sistema di selezione e di elezione della classe dirigente del M5S,  non mi convincono tante altre cosucce del M5S.  Ma non mi piace neppure che gli elettori di quella forza politica vengano  sarcasticamente  definiti “grillini”. Non mi piace che il giornalismo conii un insulto e che per “libertà di stampa” l’insulto diventi una lecita condanna irrevocabile.   Ma questo dipende dai miei gusti: non mi piace lo sfottò.

(inizio digressione) – Lo sfottò.  Quello dei talk televisivi, quello ebete  agli angoli delle strade per un calzino fuoriposto o per un naso enorme  fuori contesto, diciamo così. Quello  colto e spregiudicato della grande firma sul grande giornale. Quello  che gioca col luogo comune e punta sempre sulla  predisposizione della ignoranza ad accogliere  l’insulto. Molte grandi firme  scrivono per gli stanziali di zona,  per quelli che vivono agli angoli delle strade e si sentono molto machi se sfottono,  se si toccano l’uccello in media ogni quindici minuti o se , con la stessa frequenza,  sputano per  terra e si stravaccano su un’auto in sosta. Il trash è multistrato ed ha molti livelli sociali.  Spettegolare era un tempo attività da comari (la letteratura romantica  ne è piena zeppa, presa in carico e diffusa dalla comicità del ‘900), un impiego dismesso dalla donna e lasciato in eredità all’ebete del terzo millennio. L’unico che poteva  accoglierla senza opporre il sacrosanto diritto al  beneficio d’inventario. (fine digressione) .

Dunque, del M5s mi piace  il tentativo di allargare la visione del mondo. Dal lavoro all’energia, al welfare, alla burocrazia, al rapporto produzione/reddito/lavoro/impresa/società. Quel tentativo fa i conti con la realtà più di quanto i detrattori possano immaginare.

La realtà di un lavoro che, per ragioni strutturali del sistema economico,  non può più garantire un reddito che consenta “una vita dignitosa” . Fondamento delle società occidentali, le cui  Costituzioni   furono scritte in accoglimento convinto della “Carta dei diritti dell’uomo “. Ciò che oggi è in gioco  non è  una semplice questione politica,  per cui si debba scegliere tra un orientamento più o meno di destra   o di sinistra. E’ in questo senso, a parere mio, che il M5s non è di destra né di sinistra. E’ in gioco la dismissione della cultura occidentale, tanto cara alla Fallaci ed ai suoi estimatori. A minacciarla, però, non sono i musulmani e neppure  è l’ISIS col suo terrorismo. Non la valanga di immigrati che arrivano ( a meno di non stoccarli sulle coste del Nord Africa in un diffuso e meglio organizzato sistema carcerario alla Guantanamo). Non  l’esodo epocale che pure ci travolgerà. Tutto questo è conseguenza, non causa. A minacciare il nostro status sociale e culturale siamo noi. E’ il nostro sistema produzione-consumo ormai insostenibile, intelaiato su strutture culturali ed economiche obsolete. Se il lavoro non consente ai più una vita dignitosa, a meno di non trasformarsi in sfruttamento fino alla schiavitù, esso va cambiato oppure si dismette l’idea illuministica su ci l’occidente si fonda. E con essa  quella di Stato sovrano. A minacciare questa sovranità non è  tanto la UE quanto l’influenza delle grandi lobby, giocata con pressioni  sugli stati nazionali e nelle stesse   istituzioni europee, spesso attraverso   rappresentanti nominati od eletti in quelle istituzioni.  La  guerra che prolifera in ogni parte del mondo ed in periodo di crisi,  dovrebbe costituirsi come un ossimoro. Ed invece i più accreditati  economisti sussurrano essere  un volano dello sviluppo. Sussurrano e arrossiscono.  Meno guerra oggi significherebbe  meno PIL, più disoccupazione, meno commerci, meno ricchezza per tutti.  E’ così che il nostro sistema economico legge il dato. L’unico capo di Stato a denunciare oggi  questo ossimoro, è il Papa.

Per mille motivi, non da ultimo a causa del progresso tecnologico che consente ed impone un risparmio di ore di lavoro ormai incompatibile con la piena occupazione (Il sociologo De Masi tratta qui il problema con dati statistici e scientifici inconfutabili  https://www.linkedin.com/pulse/la-violenza-della-calma-domenico-de-masi ),  il lavoro dismette la sua funzione sociale ed espelle dalla sua ontologia  la dignità. Essa degrada alla capacità di acquisto del consumatore, al volume di merci  a cui il lavoro gli consentirà di accedere. A qualsiasi costo, anche mettendo a rischio la sua salute e quella dell’ambiente in cui vive (il caso ILVA di Taranto è emblematico).

In questo nuovo tentativo di aprirsi al futuro, il m5s inserisce il reddito di cittadinanza, legato a doppio filo alla dignità della persona ed al lavoro.  Se non cerchi lavoro lo perdi. Un modo per coniugare dignità e lavoro: per darti il minimo di sussistenza non ricorro  allo sfruttamento ma lego la misura al tuo impegno nel seguire un percorso di riqualificazione e ricollocamento  professionale (non uso con puntiglio il temine “riciclare”. Se se riferito alle persone, è gravemente offensivo della dignità umana). Rimetto nelle tue mani la tua dignità,  scongiurando  l’alternativa o dignità o reddito. Leggo più in questo tentativo di prendere il futuro nelle proprie mani,  una postura in forma “telemachia” https://it.wikipedia.org/wiki/Telemaco#I_viaggi_di_Telemaco_a_Pilo_e_Sparta  che non in quella rievocata da Massimo Recalcati  in favore di Matteo Renzi , ripetuta come un mantra ad ogni occasione propizia, da ultimo al lingotto http://www.huffingtonpost.it/2014/07/02/matteo-renzi-cita-generazione-telemaco_n_5551227.html.

Pare che il   ministro della cultura del prossimo ma improbabile governo Renzi,  sarà  Massimo Recalcati. Pare, dicono, voci. https://www.youtube.com/watch?v=6kU25zKTijM&t=19s

 

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Il viaggio

 

Entra in questa poesia

tra rime bastarde

proverai quel che provo.

Parole silenziose

carezze ai tuoi seni

e metafore sottili

per stringerti forte,

spogliati

dalle paure e dai sogni

d’ogni abito consumato

dal tempo:

emozioni malate.

Brucia i ricordi

come lo zingaro la casa,

memoria è l’inganno

che nutre quel sangue

di libertà che uccide.

Barca vuota

naviga

nel mare di passioni,

sensazioni inattese

scogli di notte.

Ciò che senti

in questi versi,

stradine dell’ignoto

tenere paure

fiori di campo.

Tu rinasci amore mio.

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Poesia fragile

Non lasciarmi la mano,
tienimi stretto il pugno 
forte l'abbraccio al corpo.

Se morde fragilità, aggrappati
alle mie ferite.
Spalla a spalla  
obliqui
tentiamo la vita.

Non mollare la presa,
se ti graffio non scappare
ci sarà tempo per ferirmi.
Occhio al bersaglio e punta 
su fragilità  mia. 

Resiste, resisterà testarda 
la pazienza al dolore.
Se oscilli come un fiore 
stanco
immagina, immagina forte 
e resta lì
dentro la speranza  attorcigliata
raschia il fondo  all’apparenza
tenta l'impossibile. 

E’ resa la realtà

 

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L’energia generativa Io/Altro e la follia Io/Io

 

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L’energia psichica si forma all’interno di poli relazionali. L’Altro, la relazione con lui, rappresenta  una fonte inesauribile ed imprescindibile di energia.

L’Altro si oppone al desiderio dell’Io semplicemente con la sua presenza, anche quando  sembra assecondarlo. La piccola frustrazione, il ridimensionamento dell’immaginario, l’opposizione  dell’Altro,  rende reale e praticabile il desiderio. Da astratto,  il desiderio si fa reale. Si umanizza.

Io-Altro è il campo energetico in cui il desiderio nasce e rappresenta nel contempo  il territorio in cui esso si fa sano.

La mancanza di relazione destina il soggetto al coma psichico. La depressione innesca un circolo vizioso di allontanamento dalla realtà,  verso una dimensione solipsistica regressiva,  in cui l’Altro diventa un fantasma,  una  costruzione immaginifica con cui il soggetto si relaziona in modo privilegiato.

L’Altro-reale scivola sullo sfondo,  per  occupare il  ruolo sussidiario di funzione materiale, degradato a produttore di beni e servizi utili alla sussistenza.

La vita emotiva si ripiega  all’interno di un  rapporto fantasmatico, dove l’Altro-immagine si forgia   alla stregua di un   fantasma,  per poi essere “esportato” sull’Altro-reale che  finisce  per perdere la propria soggettività poiché  essa non nasce da un riconoscimento dentro la relazione  Io-Altro, bensì nell’asfittico ed immaginifico territorio Io-Io.

Il riconoscimento dell’Altro non avviene più nel rapporto relazionale ma nell’esaltazione    solipsistica. Il fantasma dell’Altro che vive dentro il soggetto viene sovrapposto all’Altro reale.

Ci capita spesso di essere accusati da qualcuno di formulare  pensieri che non hanno mai sfiorato la nostra mente. E’ molto probabile che il nostro interlocutore stia esportando  su di noi una figura fantasmatica prodotta da una relazione a lui interna (Io-Io). Adesso egli  sovrappone  quel fantasma alla nostra persona a causa di alcuni  nostri aspetti  caratteriali  che ne evocano la figura o per motivi contingenti al contesto.

Ciò avviene  anche a causa della  energia  creata  all’interno del proprio sé, nello stagno emozionale Io-Io e non nello scambio fluviale Io-Altro. Si tratta di energia incontaminata e, proprio per  questo,  malata (l’energia psichica è una continua produzione  che si alimenta di  contaminazione  dell’Altro). Un caso di autosufficienza ingannevole in cui la mancanza di dipendenza rinvia alla purezza del  sovrumano.

Al contrario, la contaminazione Io-Altro alimenta l’energia in comune e riconduce il soggetto dalla dimensione immaginaria a quella reale.   Il soggetto ed  il rapporto si umanizzano. Essa ferisce  mortalmente il solipsismo,  ne inquina  la purezza  incontaminata, sottraendo l’Io  al delirio d’onnipotenza.

Quando il  fenomeno da individuale ed eccezionale si fa collettivo e  normale,   genera consessi sociali  fondati sull’Io.  L’Altro viene degradato a funzione materiale, dove resterà segregata  la propria dignità, finché Io-Altro  non accedono al  reciproco riconoscimento,  dentro un generativo rapporto biunivoco.

 

P.S.:  Per una migliore comprensione si rinvia alle categorie lacaniane: Io – Altro – Immaginario – Reale

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Ulisse, il capitalista lacaniano

ulisse-del-bardo

In un recente articolo apparso su La Repubblica,  Massimo Recalcati mette a confronto l’Ulisse di Dante con l’Ulisse omerico, per evidenziarne le diverse prospettive rispetto alla conquista della  “Conoscenza”. L’Ulisse dantesco viene immediatamente messo in relazione con Edipo,  cogliendo  il comune tragico destino. Ulisse è travolto dall’impeto del mare appena  oltre le colonne d’Ercole, nel tentativo di accedere alla conoscenza illimitata,  all’infinito sapere.  Anche Edipo è preso dalla brama di  “conoscere”, di conoscere la sua origine, l’intimo del proprio sé. Non ascolta  consigli, non si accontenta di essere ricco e potente. Edipo vuole sapere.  Questa ostinazione condurrà anche lui  oltre le  colonne d’Ercole, oltre  l’umana sopportazione di un  sapere senza limiti.  Quando Edipo impara la propria storia, cade in una prostrazione estrema. Dopo aver appreso di essere fratello dei propri figli, sposo della propria madre,  egli non potrà più guardare il mondo. S’ infligge la cecità . Un po’ come accade ai bambini che si coprono gli occhi pensando di  non essere visti. Edipo  Sarà esiliato dalla comunità degli uomini.

Quindi Recalcati si dedica all’analisi dell’Ulisse omerico. Qui coglie nel desiderio di conoscenza, nel viaggio lontano dalle proprie radici, non il gesto di un delirio di onnipotenza  ma la forza generatrice di conoscere per migliorarsi,  per tornare fecondo. Un viaggio verso la conoscenza ma nel perimetro della umanità, contrassegnato dal gesto del  ritorno. Ulisse torna alle proprie radici: non abbandona Telemaco, non dimentica Penelope, riconosce il debito filiale verso  Laerte.

A questo punto potremmo arricchire l’analisi con un altro aspetto critico.

Horkheim nel suo famoso saggio “Dialettica dell’Illuminismo, riferendosi all’Ulisse omerico,  sottolinea: ” la maledizione del progresso incessante è l’incessante regressione “. Dinanzi all’apparizione delle  sirene Ulisse si fa legare al palo ed ordina ai compagni di tapparsi le orecchie. Due strategie per non cedere al fascino delle sirene. I compagni possono così remare (lavoro manuale) senza lasciarsi distrarre dal canto ammaliante,  mentre egli riserva per sé la vista (primato platonico della vista al quale  Edipo rinuncerà infliggendosi la cecità) ). Per Horkheim, Ulisse è già il capitalista che governa il lavoro dei suoi compagni. Solo in questa rigida  divisione gerarchica di ruoli  è però possibile salvarsi. Non nella con-divisione della conoscenza ma nella sua divisione .

A ben guardare, dietro la visione di Horkheim  si cela in embrione  la narrazione lacaniana del “discorso del capitalista” , così come il  capitalismo industriale dell’800/900 fu l’espressione embrionale della sua evoluzione postmoderna . Quella forma grezza hegeliana fondata sulla struttura dicotomica servo-padrone, evolverà nell’assenza di limite del capitalista lacaniano  ipermoderno .  Anche Il pensiero pasoliniano rappresenta un indiscusso contributo in questa direzione.

Dunque, l’Ulisse omerico torna sì alle sue radici, ma solo dopo aver conquistato la conoscenza. Il ritorno è qui il privilegio del vincente (tanti suoi compagni perdono la vita perché relegati ad una funzione esecutiva, senza accesso al sapere) che ha sfidato il limite. Remunerazione del capitalista che ha rischiato. Egli  è tornato potente vincitore ed ora può travolgere chiunque gli si opponga. Non ha più limiti. Il ritorno alle radici è qui privilegio del vincitore-conoscitore. Gli altri non tornano.  Quella grezza e primordiale divisione tra godimento artistico (Ulisse guarda ed ordina) e lavoro manuale (i compagni eseguono e remano), preordina ad una salvezza condizionata: Solo se rinunci a conoscere ed esegui gli ordini ti puoi salvare. Il futuro sarà l’infinita potenza dell’Ulisse ipermoderno –  discorso del capitalista lacaniano – il quale, in virtù dell’assenza di limite, non ha più un corpo. Si eclissa nel mercato globale seminando figli senza padri.

Se si potesse riscrivere la scena omerica delle sirene col senno di poi, immutati resterebbero solo i compagni-figli di Ulisse che  remano mentre il capo senza più un corpo li sorveglia da un non-luogo. Ulisse è anche il Grande Fratello orwelliano.

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La Costituzione: libertà di, libertà da.

berlusconi

Uno dei principi  fondanti della filosofia, di qualsiasi filosofia, sta nell’assunto: la libertà di un individuo  dipende in gran parte dal suo  grado di indipendenza  rispetto al  bisogno. “La libertà di”  è in stretta relazione di dipendenza  con la  “libertà da”.

Proviamo a partire da qui. Quest’epoca  è segnata dall’espansione illimitata “della libertà di” (fino all’arbitrio) e dalla concomitante evaporazione   della “libertà da” (diritti).

Un nuovo orizzonte generazionale. Una società liberata dal “padre padrone” freudianoriacquista respiro e cerca di realizzare il “desiderio lacaniano” nel solco della propria vocazione. Non contro la legge ma dentro la legge. Una generazione che si ribella, certo, e lo fa,  contrariamente a quella precedente,  non per  acquisire illimitata libertà ma per affermare il proprio desiderio, nel solco della legge. Non contro la legge del padre  ma per affermare il proprio desiderio anche contro quello del padre.

 Massimo Recalcati, in buona sostanza, alla Leopolda ha esaltato il diritto/dovere  di questa generazione  orfana di pardi, di  salpare alla ricerca del Padre. Una generazione che non resta inerme  in attesa di Ulisse ma che muove il passo e  si fa carico del fardello dell’assenza. Una generazione che  parte per riempirla.

Il rischio che Recalcati  non vede, in questa pur giusta postura  dinamica che riconosce al figlio e che  per lui rivendica,  sta dentro il nostro tempo. Un rischio  incastonato tra le  dinamiche politiche e sociali ( che potremmo metaforicamente paragonare ai Proci)  in cui il giovane Telemaco sembra impigliato. Proprio quando  crede di prendere il largo, convinto di seguire la sua strada, Telemaco è all’amo dei Proci ,  trascinato da  una  lenza lunghissima , che segna la distanza tra lui e loro ma che al contempo ne sintetizza la sudditanza.   Telemaco segue la nave che punta alla distruzione definitiva di Itaca.

Si tratta di un mondo ormai avviato alla graduale cessione di molti  diritti collettivi ( che assicuravano la libertà dal bisogno) a favore del rafforzamento di molti diritti privati (libertà di).  L’idea portante ( a sua volta  ideologica) di quest’assunto, s’incentra nella formula: più i privati hanno libertà di azione e di impresa, più aziende si creano. Più aumentano i posti di lavoro ed il benessere collettivo, più il cittadino spende. Più lo Stato incassa tributi e  più  la mano pubblica  può provvedere a opere collettive ed al  welfare, assolvendo così alla sua funzione redistributiva. 

Un sunto  CETIM della più antica teoria dello “sgocciolamento” –  rivelatasi menzognera, matematica e statistica alla mano –  che ha prodotto benefici solo quando lo Stato è entrato mani e piedi nell’economia (piano Marshall, sistema keynesiano) , mitigandone gli effetti disastrosi  che oggi raccogliamo dopo l’esilio  definitivo della mano pubblica dal mercato: la ricchezza si concentra e non “sgocciola” più verso il basso. Pur di non abbassare ulteriormente l’occupazione, oggi si cedono diritti personali, lavorativi  ed ambientali. Il tutto a favore dell’impresa. Di conseguenza, il nuovo assetto del sistema lavoro-impresa-ambiente produce un ulteriore moltiplicatore per la concentrazione di ricchezza, ed il ciclo economico diventa un moto pendolare perpetuo stimolato dalla “libertà di” per la  inarrestabile erosione  della “libertà da”.

La svista del moderno Telemaco sta nel valutare poco e male i rischi sociali che un’elevata  concentrazione della ricchezza produce. Egli chiede a gran voce (riforma costituzionale)  uno Stato più agile, più veloce nel legiferare. Una burocrazia snella, con poche regole da osservare. Una struttura di comando efficiente ma soprattutto efficace e rapida  nella realizzazione dei suoi obiettivi.  Un’architettura istituzionale improntata al decisionismo, con pochi interlocutori interni e pochi interlocutori esterni. Sostanzialmente chiede di poter realizzare  una struttura statale che si adegui alle strutture aziendali e che possa con esse interloquire sullo stesso piano di efficienza e decisionalità.

Il sogno di Telemaco altro non è che lo Stato-Azienda  concepito dal più feroce dei Proci (Berlusconi), oggi  riproposto in maniera meno spudorata, e per questo più subdola,  per l’assalto definitivo ad Itaca . Si avvisi Massimo Recalcati

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La invidiabile Costituzione italiana

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Il 4 dicembre 2016 i cittadini italiani sono chiamati ad esprimersi circa  il cambiamento di oltre 40 articoli della  Carta costituzionale.  E’ quindi necessario conoscere la Costituzione per poter poi valutare la bontà delle modifiche proposte.   Pare  questa una buona occasione per avvicinarsi alla lettura attenta della nostra Costituzione. Assetto normativo  finora meritevole di aver tenuto  assieme anime politiche molto distanti e visioni del mondo davvero variegate , sotto il profilo economico, giuridico, etico e religioso.

Fuori  d’ogni retorica storicistica, non  è superfluo ricordare che la  Carta nasce da una complessa e profonda mediazione fra forze politiche e  visioni di società  assai diverse,  ma tutte radicate sul comune denominatore composto essenzialmente da tre valori fondanti: uguaglianza, libertà, giustizia.

Tre vocaboli  oggi utilizzati con  spensierata  disinvoltura, quasi fossero ormai assunti una volta per tutte,  ma che solo 70 anni fa erano impronunciabili,  pena la  vita .  Sia durante  il periodo fascista che col sopraggiungere della ideologia nazista, quei tre termini rinviavano a significati imposti con la forza della violenza, diametralmente opposti a quelli con cui oggi li decliniamo. La violenza nazifascista  eccedeva il perimetro  del corpo dell’altro,  infilandosi nel suo linguaggio,  fino a violentarne il senso.

L’uguaglianza era strutturata  in linea sociale orizzontale, a strati preordinati in forma  gerarchica,  ma sempre e comunque  all’interno dell’appartenenza fedele a quella ideologia. La libertà veniva postulata nell’arbitraria pretesa  dei pochi sui tanti, seguendo il modello di uguaglianza appena descritto.  Va da sé che il sistema giustiziaaltro non era che un’architettura  normativa per rendere formalmente legittime  quelle forme di (dis)uguaglianza e di (il)libertà,  preventivamente  violentate nel senso linguistico.

Una premessa importante, questa,  che deve far riflettere sul valore del senso, di termini e  di linguaggi, sul significato profondo delle parole,  affinché si possa decidere con scienza, prima ancora che con coscienza, sul mutamento di senso che certe operazioni giuridiche  e normative spesso nascondono.

Se riusciamo ancora a  convivere, sia pur con tanti difetti e pur dentro contraddizioni sociali assai vive, lo dobbiamo ad un assetto normativo primario (la Costituzione) che riesce ancor oggi a tenere assieme le ragioni dell’uguaglianza e quelle della libertà, sia pur dentro innegabili  tensioni e contraddizioni . Se la libertà non si è espansa fino a negare la dignità umana dell’altro (molte forze spingono in quella direzione), lo si deve soprattutto alla diffusa protezione della  uguaglianza e della dignità umana disseminata in diversi articoli  della Carta  (parte I) a cui la parte II (quella che si vuole cambiare)  s’informa . I pesi e i contrappesi dei diversi organi costituzionali, la cui disciplina viene  articolata nella II parte, altro non è che la strutturazione amministrativo-burocratica che dovrà consentire di realizzare, al legislatore ordinario, quei  valori fondanti puntualmente descritti e disciplinati nella I parte della Costituzione.  La Carta, prima ancora che una strutturazione normativa articolata,  è un progetto di società. Un’idea di mondo  che tiene assieme la libera intrapresa, la proprietà privata ed il lavoro con la dignità umana e l’uguaglianza fra le persone:

“…. senza distinzione di sesso [cfr. artt. 29 c. 2, 37 c. 1, 48 c. 1, 51 c. 1], di razza, di lingua [cfr. art.6], di religione [cfr. artt. 8, 19], di opinioni politiche [cfr. art. 22], di condizioni personali e sociali.” (art. 3 della Costituzione)

Dunque, ogni modifica strutturale degli organi istituzionali,  oggi organizzati e bilanciati per garantire un certo equilibrio rispetto alle loro prerogative ed ai loro poteri (il numero dei membri che compongono gli organi istituzionali  è parte sostanziale di questo equilibrio) , deve essere attentamente valutata rispetto alla realizzazione dei nuovi equilibri fra competenze e poteri dei diversi organi.

Quest’aspetto  è fondamentale per capire, ad esempio,  se la riforma proposta non spinga surrettiziamente verso una Repubblica presidenziale, accentrando poteri sul Governo ed  alleggerendo  la rappresentatività dei cittadini in Parlamento. Questo può accadere  anche attraverso  una legge elettorale che preveda abnormi premi di maggioranza e che strizza l’occhio   più l’astensionismo  che alla partecipazione  dei cittadini.

Diversi sono gli organi istituzionali interessati, direttamente o indirettamente,  dalla riforma costituzionale proposta col Referendum del 4 dicembre 2016.

  • Parlamento (per l’accentramento di diverse funzioni oggi di competenza del Senato e delle Regioni)
  • Senato (per competenze, funzioni  e numero dei componenti)
  • Elezione presidente della Repubblica (sarà eletto solo dal Parlamento )
  • Regioni (cederanno diverse funzioni e competenze per materia allo Stato)
  • Corte Costituzionale ( l’equilibrio dei membri cambia in funzione della diminuzione del numero dei senatori) .

Ricordare che la Costituzione italiana è stata da più parti definita “la più bella del mondo”, potrebbe non bastare a scongiurarne lo sfregio. La bellezza va tutelata con accanita convinzione e con grande partecipazione. Votare il 4 dicembre è indispensabile poiché i referendum costituzionali non sono soggetti a “quorum” . Per cui basterebbero pochi vandali  ad  imbrattare per sempre un capolavoro.

 

(testo scritto il 4 ottobre 2016)

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Merito e appartenenza. Da Lutero a Lacan, passando per Max Weber. Il caso clinico italiano.

etica-protestante

In “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”, Max Weber analizza la nuova funzione sociale del lavoro introdotta da Calvino, quale conseguenza direta.anchorchè non prevista dalla  Riforma protestante voluta caparbiamente da Lutero.

Weber deve coniare il termine “Beruf” per decifrare con più precisione il nuovo significato del lavoro che trascende la sua dimensione immanente e si fa assieme etico e spirituale.

Il rapporto con Dio diventa diretto, senza interposizione di organi ecclesiastici. Il merito del credente sarà adesso riscontrabile nel valore sociale della propria attività, della sua professione. Il successo, benché rimesso alle capacità del singolo, diviene anche il “segno del Signore” per la salvezza della sua anima. Egli riuscirà a realizzarsi nella società per il proprio “merito” e la sua altezza morale non lieviterà più grazie alla la mera osservanza di precetti, per la sua fede, per la sua dimostrata “appartenenza”, com’era e resterà nella dottrina Cattolica.

La salvezza del singolo d’ora in poi è rimessa nelle proprie mani. In questa nuova dimensione del lavoro, Weber individua anche lo spirito stesso del capitalismo che s’incentra nel merito e nella promozione sociale, nel saper realizzare la propria vocazione. Qui il capitalismo non viene declinato nell’accezione negativa del consumismo, nell’esaltazione della merce-feticcio o foriero di una società che gira attorno alla ragione economica. Piuttosto si inaugura un capitalismo connotato dalla sua funzione immanente ed assieme spirituale.

Nasce l’individualismo religioso e, proprio per questo, anche spirituale ed etico. Lo spirito del capitalismo weberiano è sicuramente centrato nella condotta del singolo che porta vantaggi all’individuo. Ma in quanto riconosciuta buona anche da Dio, deve ritenersi buona per l’intera società. Individuo e collettività vengono riunificati. Nella“vocazione” realizzata dal singolo, sta anche la promozione sociale del sé a beneficio dell’intera società.

Un passaggio che riporta alle fondamenta della Polis greca, in cui un’azione veniva considerata “buona” ed era promossa dagli dei se produceva contemporaneamente beneficio al singolo ed alla società.

Dunque, nella condotta cattolica costruita sulla “osservanza” e sull’appartenenza , il protestantesimo calvinista irrompe con lo statuto del singolo, centrato sui meriti sociali, intesi quali segni premonitori della sua predestinazione al Regno dei cieli.

Allo stesso modo Jacques Lacan entra a gamba tesa su Freud. Sottraendo il desiderio dall’incastro tra legge edipica, frustrazione ed infrazione, lo consegna al difficile lavoro di umanizzazione, contrassegnato dal carico di responsabilità.

Il desiderio realizzato, per Lacan, non è la legge infranta ma la vocazione costruita e giocata tra le righe della legge. Il desiderio non si realizza contro la legge ma dentro i suoi limiti.

La responsabilità del soggetto lacaniano non è mai trascesa, elusa, neppure di fronte alle violenze patite, ai soprusi vissuti. Non c’è sconto né pietismo. Cosa farai del tuo dolore, della tua sofferenza?

Quella vocazione, “ Beruf” con cui Weber sintetizza la rivoluzione culturale calvinista, non è una condotta gratuita caduta dal cielo e priva di costi. Anche in Weber, senza la responsabilità individuale e la presa in carico della propria funzione, il soggetto è perso, la vocazione non si realizza.

E’ qui il senso forte del “merito” tanto nel soggetto weberiano quanto in quello lacaniano, contrapposti al soggetto freudiano ed a quello cattolico. Il primo contraddistinto dalla infrazione alla legge, il secondo dall’appartenenza fedele.

Dunque, il nord Europa prenderà una strada molto diversa dai paesi del Sud, i quali resteranno legati al concetto di appartenenza anche dopo la “Controriforma”. La conservazione del forte senso di appartenenza di origine religiosa, condizionerà tutta la cultura sociale, economica, politica e burocratica delle società del sud Europa. Non ci sarà nulla all’interno di esse che non s’informi al senso di “appartenenza”. 
A Nord ci si afferma per merito, a Sud per appartenenza.

In questo percorso storico-culturale, nato da una scissione di carattere religioso, affondano le radici della crescente diseguaglianza dei popoli dell’Europa meridionale.

Veniamo all’Italia. I segni della radicalizzazione dell’appartenenza sono ancora leggibili nella struttura sociale familistica e corporativa che contraddistingue l’organizzazione dei presidi istituzionali delle attività più qualificate. Dagli Ordini professionali alle Università, dall’alta burocrazia all’informazione, tutto si struttura dentro reti di appartenenza: politica, familistica, amicale, religiosa.

Una struttura istituzionale in cui il management viene selezionato soprattutto per “appartenenza” e fedeltà, inevitabilmente irradia nelle maglie delle attività economiche e finanziarie conseguenze che mortificano il merito, ammorbando come un cancro la libera concorrenza fra imprese e fra professioni.

Se l’“ascensore sociale” si blocca, non è solo a causa della ricchezza che si concentra nelle fasce sociali più alte. Non è soltanto la conseguenza di politiche economiche sbagliate.

Nei paesi del sud Europa la ricchezza si concentra molto più che a Nord, proprio per la duplice azione corrosiva: politiche economiche e fiscali sbagliate ed organizzazione economico-sociale strutturata per appartenenza a caste. A Gilde medievali.

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Finanziamento pubblico alle banche: ci salverà la vituperata Europa?

Il finanziamento pubblico alle banche, richiesto da Renzi all’Europa, sposterebbe ulteriori risorse dalla sanità, dall’istruzione, dalla giustizia e dal welfare in generale, al sistema finanziario. Non per tutelare i risparmiatori ma le grandi aziende che hanno ottenuto finanziamenti senza  aver prestato adeguate garanzie, con la compiacenza del management bancario. I crediti in sofferenza sono per l’82% delle grandi imprese,  solo per il 18% di famiglie e piccole imprese.

Le regole del “Quantitative Easing” escludono aiuti di Stato al sistema bancario, salvo eccezioni . Ma il Presidente del Consiglio Matteo Renzi spinge affinché la Commissione Europea riveda la normativa del QE, per  consentire agli Stati di intervenire con denaro pubblico per l’acquisto dei “crediti deteriorati”  presenti nella pancia delle banche.

Il governatore della BCE Mario Draghi ha recentemente escluso una modifica della normativa in questione nella direzione indicata da Renzi, perché sarebbe in aperta contraddizione con l’obiettivo stesso del sistema QE.  Esso è finalizzato ad immettere denaro nel mercato, in parte per l’acquisto di debito pubblico, in parte per il finanziamento di  imprese e famiglie, con l’obiettivo di rilanciare i consumi, rialzare l’inflazione e sdoganarsi dal rischio deflazione che incombe come una spada di Damocle nell’economia europea, specie in quella  Italiana.  Ma se lo Stato immette  denaro pubblico nel sistema bancario, il debito pubblico aumenta annullando così il parziale  beneficio ottenuto dal QE.  “Elementare Watson!” direbbe Holmes. Ma Renzi non è Watson , non ascolta.

Non può ascoltarlo  perché il Presidente del Consiglio  ha una visione del mercato finanziario e dell’economia  davvero singolare. Per un verso si fa paladino di riforme liberali –  meglio dire liberiste – che aprono lo sguardo ai mercati mondiali, i quali, a loro volta,  impongono ai sistemi regionali ed agli Stati nazionali, regole interne sempre più flessibili, con interventi sulle  tutele delle persone e dell’ambiente a vantaggio della libertà d’impresa. Nel vecchio continente lo fanno attraverso le istituzioni europee.  Per un altro, Renzi si fa portatore di un protezionismo ottocentesco che mette al sicuro il sistema bancario,  le aziende e le fondazioni che lo sostengono,  dai rischi del libero mercato.

Insomma, paghiamo sempre noi: quando licenziano per delocalizzare, quando le grandi aziende italiane sbagliano politiche produttive e di mercato, accumulano debiti che infine rigirano nel bilancio dello Stato. 

Ed ora, secondo le intenzioni del Presidente Renzi,  anche quando le banche sbagliano volutamente nella selezione dei progetti, finanziando  ciò che un’economia davvero liberista mai avrebbe finanziato . E questo per agevolare imprese troppo spesso ad esse legate da motivi di appartenenza (politica, religiosa, familistica. ecc) . Certi che i controlli della Banca d’Italia e della Consob non potranno mai coglierli sul fatto, grazie ad un sistema di regole a dir bene  lacunoso, che consentirà un’infinita diatriba con puntuali rimbalzi di responsabilità. Il solito teatrino di un Paese che non riesce a scrollarsi di dosso quel retaggio medievale che ne caratterizza la postura culturale, insinuato in tutte le ramificazioni della sua vita pubblica e privata.

Continua così l’incostituzionale prassi dell’ossimoro neoliberista all’italiana:   profitto privato e  perdite pubbliche, in aperto contrasto con i fondamentali dell’economia liberista che fa del “rischio di impresa” il caposaldo della sua narrazione a giustificazione e pretesa della sua funzione sociale e della rivendicazione di insindacabilità pubblica del profitto privato. In questo caso sarà proprio la denigrata UE – salvo eccezioni, ovviamente –  ad impedire un’ulteriore aggressione al nostro welfare dalle politiche predatorie di un  sistema bancario protezionista della peggiore impresa privata. Neppure i Soviet aspiravano a tanto. 

Renzi è il nuovo, la promessa, lo svecchiamento culturale ? Renzi è il giovane Telemaco  ?

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