Supermercato

Infilo il tunnel  del garage e parcheggio. La musica di sottofondo è vagamente allegra. Canzoni di mezza estate e successi popolari. Insegna sonora di un ambiente anonimo e indistinto,  marchio  inequivocabile del consumatore globale. Mi avvio verso il carrello mentre  scatta il primo automatismo. Il cervello intercetta un’immagine sull’uscio di casa: me che controllo nelle tasche la presenza di una moneta da 1 euro. La infilo, poi la sfilo a causa di quel fazzolettino raggomitolato come un gatto nell’angolo destro. Ne perlustro un paio finché decido per  il meno lurido, sperando che le ruote non siano difettose e mi risparmino la forzata  postura per un paio d’ore. Avambraccio indolenzito a fine rito. Specie nelle curve ad angolo retto tra gli scomparti, se le ruote   non sono perfettamente libere nello snodo a 360 gradi, si è costretti quasi ad alzarlo,  come fosse un animale azzoppato. Il giro è pressoché standard. Inizio dagli alimentari col il  pane, la scamorza e, quando manca,  il parmigiano. Poi giù  verso l’ortofrutta. E qui il single semivegitariano esprime tutta la sua  soddisfazione perché coniuga la varietà di verdure necessarie  e le  quantità minime, senza dover rinunciare a qualcosa  per via emotiva. Prima che scoprissi il fascino, le comodità e la seduzione dell’ipermercato, mi accadeva spesso di accorciare la spesa del sabato  di fronte al sarcasmo di Gino, il fruttivendolo dell’angolo: “ma che ci hai ospiti domani?”, ” ma sei sicuro che poi non ti avanzano da buttarli?” Riso, sorriso, rabbia. Cosa taceva quel sarcasmo? Rimproveri, ammonimenti, invidia?  Guarda me – diceva –  moglie e quattro figli,   nemmeno il tempo per una sigaretta, costretto a smozzicarne tre o quattro tra bilancia, peperoni e mele stark,  per gustarne una. E come son belli i figli quando te li vedi sgattaiolare dappertutto che ti fanno allegria e confusione, tra le casse di melanzane e i meloni accatastati in magazzino. Quattro, uno dietro l’altro son venuti, come le ciliege ce li siamo gustati. E mi faceva sentire strano, solo e diverso.

 

Adesso il suo alito impastato di tabacco e vino è una specie di nostalgia. Infilo lo scomparto della frutta raccomandandomi il controllo dell’euforia. Fare attenzione  a non riempire sacchetti di cellofan solo seguendo un istinto cromatico, quasi fossi uno strano essere ammaestrato al prensile, al riempimento di vuoti,   comandato al ritmo di stupide canzoncine  di sottofondo. Stupide ma efficacemente pensate   da equipe di psicologi comportamentali ulteriormente  specializzati nei consumi collettivi. Non devo cedere al richiamo intenso dei colori estivi, alla morbida pelle di pesca, all’allegro gialloverde di nespole e kiwi. Non voglio pasteggiare  pane e frutta per tre sere di seguito per non  buttar via qualcosa. Poi mi tocca ingozzarmi.

 

Dev’essere quello il motivo. I colori, la musica, l’ostentazione volgare del benessere, dell’abbondanza ad eccitare i ragazzini?  Sembrano impazziti  fra le corsie, quasi stessero alla fiera del gioco e dell’allegria. Affondano le mani dappertutto, alzano, spostano, palpeggiano ogni sorta di cibaglia, sotto gli occhi talvolta distratti o  compiaciuti di genitori catturati in una strana gara alla bilancia. A chi  arriva prima, sembra di capire dal ritmo impresso ai movimenti cadenzati delle mani e delle gambe. Ed è un vorticoso rigirare di carrelli, di corpi  conformati   alla geometria verticale ed orizzontale degli scaffali e  delle corsie . I corpi perdono rotondità, sinuosità, e si fanno marziali soldatini incapaci di movimenti curvilinei. Tutti in fila, adesso,  alla cassa. I piccoli hanno seminato il di più come una scia di vomito, offrendolo al  calpestio distratto della folla. E’ il mio turno e la cassiera mi chiede se ricevo il pieghevole dell’ipermercato, se la pubblicità nella mia zona arriva puntuale. Un sorriso standard, nessun ammiccamento, niente freddure. L’ironia, qui, l’ha inghiottita la merce. La parola, qui,  è svuotata di senso, di vita. Come quei granchi succhiati dal polpi che mi capitava di raccogliere in fondo al mare pensandoli ancora vivi. Che sensazione atroce al primo contatto con la carcassa   intatta e leggera. Una leggerezza mortifera.

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2 risposte a Supermercato

  1. lalucelunare ha detto:
  2. diLumeriflesso ha detto:

    Continuo a leggerti e sono affascinata dal tuo modo di scrivere/pensare, sempre molto attento, interiore, preciso…
    Fantastico questo racconto. Mi ritrovo molto nella sensazione dell’ipermercato-granchio morto… della spesa da single a piccole dosi, dei colori calamita, della musichetta…

    Mi piace

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