Dato un triangolo scaleno che ha per lati un ragazzino, un pallone ed un giardino, calcolare l’area.

Cacco fu l’amico, l’amico fedele,  per tutte  le elementari.  Non ho mai saputo perché tutti lo chiamavamo in quel modo né mi è mai interessato chiederglielo. Per cui, caro lettore, resterà una curiosità inevasa anche per te. 

Un pomeriggio estivo, terminati da qualche giorno gli esami di quinta, ricordo  la liberazione da una tensione forse anche troppo tenace per l’età. Ma condivisa. Me lo confidò anche lui,   Cacco, mentre gli sfilavo il pallone che teneva sotto il braccio, seduto sull’ultima panchina della antica  “Pineta”, ormai ridotta ai due  giardinetti antistanti l’Albergo delle Nazioni. Lo reggeva  come quella contadina calabrese tiene la grande brocca di terracotta nella cartolina in bianco e nero, messa in bella vista sul pianoforte di zia Annetta,  nella grande sala delle feste.  Iniziai a palleggiare  con i piedi, aiutandomi  un po’ anche con le mani. Cercavo di concentrarmi su ritmo ed  equilibrio un po’ dimenticati nell’ultimo periodo, intensamente dedicato alla preparazione degli esami.  Soprattutto all’italiano ed alla storia, materie  che detestavo.  Le  parole di Cacco rendevano la concentrazione e l’organizzazione dei movimenti più difficili. Mi distraevano perché interessanti. Mie sensazioni non ancora consegnate al pensiero,  prendevano forma lì,  dentro  la sua  voce:   

sai come mi sento oggi?

No, come? Ehi,  il pallone è sgonfio, salta appena!.

 

Tentavo l’equilibrio sopra una gamba, mentre l’altra si dimenava  ostinatamente in  un palleggio improbabile, tormentando il pallone un po’ sgonfio. Il gioco  mi costringeva a cambiare rapidamente la posizione del corpo,  e giravo  spesso le spalle al mio amico. Affatto rassegnato, Cacco seguiva a zig zag  la mia traiettoria, quasi fosse il suo mestiere di sempre,  come un segugio allenato.

– Sì lo so ma papà ha rotto la pompa…mi sento come un uccello…

E guardò il mare di fronte

– …come un gabbiano che avevano legato.

 

E respirò profondamente. Con  un guizzo   mi sfilava il pallone dal piede, in un tempismo da lepre. Se lo mise davanti ai suoi ed incominciò a correre dritto  lungo il giardino semivuoto dei pomeriggi caldi.  Alternava  tocchi di punta sinistra  e di interno destro, zigzagando il terreno col corpo sempre perpendicolare al pallone. Un passo dietro. A stento riuscivo a seguirlo, nonostante i miei piedi fossero liberi da altri impegni, mentre  i suoi si dividevano tra l’onere di falcare rapidi sul  selciato  e  l’altro di accarezzare il pallone. D’improvviso iniziai a ridergli  alle spalle in modo quasi  isterico ma  liberatorio e lui mi fece l’eco,  come si trattasse di un appuntamento già fissato da tempo  tra risate.   Il giardino finiva a pochi metri e di fronte, oltre la strada, il muro che reggeva la grande insegna “Albergo delle Nazioni” e dietro i neon spenti, spiati fra le staffe metalliche che puntellavano l’insegna, spuntavano come enormi candele  senza senso. Gli urlai di fermarsi, del pericolo, delle auto. Tentai di afferrargli la maglia a strisce bianche e nere che mi scivolò tra le dita. Le spalle di Cacco  d’un tratto divennero quelle di Alberto,  un anno prima, stessa maglia della Juve,  proprio lì, su quel marciapiede. Alberto  attraversò la strada rincorrendo  il pallone del mio goal. Lui era  portiere fra i due enormi  oleandri  della “Pineta” che facevano da pali.  Infilai l’angolo destro basso con un tiro all’ungherese, imprendibile. Alberto si tuffò e sfiorò appena il pallone. Era regola che lo raccogliesse chi l’aveva tirato, se  mancava la porta. Ma in caso di goal, toccava al portiere raccattarlo oltre la strada. E così fu. Alberto si rialzò un po’ mortificato, con me di fronte a  pavoneggiarmi nelle solite  esultanze   un po’ canzonatorie verso i  perdenti. Mi girò le spalle  a testa bassa ed incominciò a galoppare in direzione dell’altro marciapiedi dove il pallone si era ormai  fermato. Lo raccolse mettendoselo sottobraccio a mò di fagotto. Poi  scattò in avanti di un paio di  metri. Si fermò di colpo  al centro strada guardando alla sua  sinistra.  Fece ancora un passo in avanti   ma  poi indietreggiò velocemente  di due. Il fotogramma  successivo impresso nella mia mente è di Alberto che ruota  sul cofano e poi  sul tetto di una Fiat  millecinquecento. L’auto si fermò appena dopo il botto e lui ricadde a terra lungo la fiancata posteriore. Vidi schizzi  di sangue dappertutto, sul cofano, sui vetri e sul tetto  dell’auto.  Sull’asfalto una chiazza rossa si allargava vicino alla testa di Alberto. Un  corpo  immobile rannicchiato attorno al pallone. Fu l’ultimo goal, l’ultimo giorno della sua vita. Solo l’avesse parato, solo l’avessi sbagliato quel tiro. Tremavo, piangevo, non sapevo che fare. Entrai nel panico ed incominci  a correre  senza direzione gridando di gola raschiata. Ricordo che  mi ritrovai sul grembo  di una signora rossa e poi fui a casa.

E adesso quella risata con Cacco  sfumava  nello stesso  urlo di panico.  Cacco non si fermò. Appena prima della fine del marciapiedi,   sferrò un  sinistro  disumano. Il pallone passò oltre la strada, rimbalzò contro il muro dell’albergo e sulla traiettoria del ritorno carambolò fra due seicento. Le auto si frenarono di colpo ed i conducenti scesero spaventati, un po’ minacciosi.  Il pallone mi rimbalzò fra le gambe. Lo raccolsi in fretta fra  qualche  lacrima.  Temendo il solito sequestro, epilogo probabile in questi casi,  mi allontanai di corsa dalla scena. Cacco mi seguì e presto guadagnammo il marciapiede opposto, sedendo a riprendere fiato sulle ringhiere sporche  del lungomare. Il mio amico era lì, di fianco a me, nuovo del rione non sapeva di Alberto, di come  il  triangolo ragazzino, pallone e giardinetto avesse come area probabile la morte. E forse volli premiarlo per avermi acquietato con la certezza della sua presenza, o solo ascoltare la sua voce:

         visto Cà? Ti ho salvato il pallone”. 

Per tutta risposta, Cacco avanzò  pretesa e ristabilì definitivamente gli stati d’animo dell’età, assestando gli umori attorno ai  normali equilibri di contese  infantili. Mostrandomi la maglia bianconera, ferita dallo strappo bislungo  in direzione della spalla destra, con un piglio piuttosto serio, disse:

         Ah sì, e questa chi  la paga?

Stampo sul culo, ginocchia scorticate, mani luride, disegnavano la mappa inconfondibile delle mie piccole bravate alla perlustrazione severa  sull’uscio di casa.

 

Annunci

Informazioni su nomefalso

Tell people a little bit about who you are
Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.

2 risposte a Dato un triangolo scaleno che ha per lati un ragazzino, un pallone ed un giardino, calcolare l’area.

  1. bazzigonza ha detto:

    I post lunghi sono interessanti , li leggo tutti d’un fiato! Poi penso al commento da fare x me obbligatorio , ma quando clicco su “lascia un commento” dimentico quello che ho da “dire” cmq …leggo spesso quì!
    *Un saluto da Bazzy

    Mi piace

  2. nomefalso ha detto:

    bellissimo, il tuo “commento mancato” è come un rifiuto davanti all’idea di morte. E mi pare pure giusto non filosofarci sopra più di tanto. Grazie

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...