Diario semiserio di bordo tra verità e menzogna. Gita in bicicletta

Il breve racconto del viaggio non ha scopo di lucro ed intreccia situazioni reali a fatti di pura invenzione, costruendo un prodotto letterario assolutamente fantastico. Tant’è, sembra quasi superfluo premettere il canonico:

 

 ogni riferimento a fatti, persone e  circostanze reali  è assolutamente casuale, e ciò che si racconta è pura invenzione dell’autore”.

 

L’unica fedeltà promessa è la rispondenza dei nomi dei partecipanti e dei luoghi. Ma, appunto, è solo una promessa. 

 

Ogni racconto tenterà una traccia nella memoria in riferimento all’itinerario ma anche agli accadimenti, alle particolarità caratteriali dei gitanti (magari esaltando   tratti personali percepiti dall’osservatore o commentando quelli  da lui inventati), agli umori, alle sensazioni,  fino ad entrare nell’intimo loro   personale immaginato da chi narra.

 

Di volta in volta la lente dell’osservazione cadrà su alcuni partecipanti piuttosto che su altri,  per libero arbitrio di chi narra, e su quelli scenderà implacabile la parola in ogni sua forma.

 

Chi volesse sottrarsi all’osservazione non può farlo,  gli resta solo la facoltà di chiedere che il proprio nome non venga citato. In tal caso  si provvederà a sostituirlo con un altro di fantasia. E’ il massimo che possiamo accordare.

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DIARIO DI BORDO DEL 25/4/2007

Il raduno dei partecipanti è previsto alle ore 9,00 nella zona antistante il bar della stazione FS di Bari. Il luogo d’incontro  è sempre lo stesso quando la gita prevede un primo tratto da percorrere col treno, bici al seguito. La Grande Valeria (d’ora in poi il personaggio verrà indicato con G. V.), il cui cognome omettiamo poichè, se citato,   esigerebbe  una lunga e complessa spiegazione in ordine alla  folgorante "y" che sembra dominarne il centro, arriva alle ore 9,05, dopo avere cambiato programma.  Un tempo incerto e nubi minacciose, oltremodo imprevedibili a primavera inoltrata di un anno nel quale pronostici attendibilissimi annunciano gravi conseguenze  nello scombussolamento climatico più irriverente degli ultimi dieci anni, hanno profondamente inciso sul suo desiderio. Infatti, la G. V. smaniava dalla voglia di pedalare ed aveva programmato di raggiungere la cittadina di Monopoli in bici, dove si sarebbe ricongiunta col gruppo di ciclisti provenienti da Bari in treno. Ma siccome il verbo “ricongiungere” coniugato in forma riflessiva può suscitare legittime figure retoriche e conoscendo l’ipersensibilità della G. V., onde evitare fraintendimenti,  preferiamo dire che il gruppo gitante si sarebbe ricomposto a Monopoli.

 

 Monopoli è  la stazione ferroviaria  dove la pancia del  treno    scaricherà una ventina di biciclette ed un numero pari di ciclisti, con la fretta e l’ansietà di  un parto prematuro. La comitiva è  diretta in contrada Coreggia e da lì punterà a tormentare i sentieri dell’Acquedotto Pugliese che lambiscono una natura ancora vergine, rimasta tale  non tanto o non solo  per  sensibilità ambientalista, motivi ecologici o per semplice intelligenza, ma soprattutto per il  fatto che l’Acquedotto è considerato "obiettivo sensibile" nella gerarchia delle zone a rischio e nella mappa dei pericoli che affannano questo terzo millennio da poco inaugurato, in testa quello terroristico. Tutta la zona in cui scorrono sotterranee le tubature dell’Acquedotto, è stata inibita all’accesso di veicoli e transennata a cadenza costante, ogni  200 metri. Tali impedimenti non hanno però scoraggiato il gruppo ciclistico che instancabile si è immerso in quella natura segnata da un solo rigo, dall’unico sentiero che scrive   sulla terra  una  direzione obbligata.  Quattro le transenne incontrate. Per quattro volte due del gruppo, diligenti ed altruisti (il palestrato Salvatore, fisso,  accompagnato da un altro a rotazione fra i volontari) aiutavano gli altri nell’impresa di sollevare la bici oltre la transenna, a  guadagnare la nuova partenza ed una visuale che ristora lo sguardo, fra la valle che scende irregolare e scomposta sulla sinistra, oltre la fitta vegetazione da boscaglia, e la collina sull’altro lato  fra betulle, cespugli e sottobosco,  che sembra proteggere il gruppo gitante dal resto del mondo.

Ma andiamo per ordine, torniamo al treno in partenza d Bari.

 

Compiute le operazioni di  sistemazione bici  – spesso costrette in fila nei corridoi già angusti di treni locali da anteguerra – il gruppo si dispone a macchia di leopardo, occupando i sedili rimasti accessibili dalle bici disposte in bella mostra lungo il corridoio. C’è un generale trambusto che rallegra l’ambiente  e nel contempo sfida la pigrizia mattutina della domenica, conflitto che in qualcuno si fa prematuro nervosismo e battibecco poi riassorbito senza    sforzo dal breve viaggio in treno, anche grazie alle prime leccornie sfoggiate con altisonanti inviti da donne premurose e previdenti, con  unanime  disappunto – tutto apparente –  degli altri, invito  che nessuno però mancherà di onorare. La voce di Mariagrazia d’ora in poi diverrà una specie di sottofondo gradevole, a volte appuntito nel tono acuto  della domanda, ma quasi sempre disposta nella cadenza costante di parole fitte, messe in fila una dietro l’altra, con brevissime soste dovute all’attenzione che Mariagrazia è costretta a porre ad altre parole, non sue,  che cercano  attenzione qualche posto più in là, forse verso Sud o verso Nord, non si sa bene, a giudicare dalla rotazione scomposta  che la testa della donna imprime nell’aria.

 

A Monopoli si scende. Alcuni provvedono per una robusta colazione al Bar, mentre altri si scambiano contatti, parole, brevi notazioni sul percorso che pretende  sangue in salita, qualche risata, ultime occhiate ai  bagagli agili, sistemazione delle borse sul portapacchi,   battute, sorrisi, si parte.

 

 

In breve si raggiunge la periferia e ci si inoltra tra contrade guarnite da piccole costruzioni bianche, di tufo,  realizzate in economia nel dopoguerra. Cespugli di margherite tagliati a casco, basse sentinelle davanti ai cancelli d’ingresso;  mandorli ed ulivi  nella campagna, custodi del tempo. Ma  già  qualche Trullo fa capolino e la sua pancia scende impertinente  fin sulla strada e le bici la sfiorano,   saluto di una conoscenza consumata. Biciclette e Trulli hanno  scritto la storia più vera di quelle contrade .

 

Il gruppo procede  ordinato e sguscia  come un lombrico tra viuzze e sentieri, per poi riaprirsi disordinato al  grande incrocio con la provinciale. Brevissima sosta per il  recupero dei  ritardatari, poi  tutti in sella, sulla strada  che  lambisce la Selva di Fasano.

Pochi intuiscono che da lì a qualche minuto  l’asfalto   inizierà a puntare  il cielo ed una impietosa salita porterà i gitanti a circa 400 metri in soli 3 chilometri. E’ il sangue che qualcuno già preannunciava, il dazio di percorso, ma non tutti sono attenti, pochi sanno. Tant’è, la comitiva  giunge sparsa, allegra e ridanciana alla prima grande curva che nasconde l’insidia a  poche decine di metri, quella che  metterà tutti a tacere. Il silenzio piomba d’autorità sulla bocca, il fiato inizia a diventare l’unica vera risorsa da custodire gelosamente e spendere  con severità. La direzione dello  sguardo è personalissima, dipende dallo postura di ognuno, dalla curvatura del manubrio, dalla distanza fra la spalla e la presa del polso sulla manopola. C’è ancora risorsa per uno sguardo giù a valle, che distrae lo sforzo e rinfranca l’umore. La salita è ripida,  una  pedalata guadagna  pochi metri. A dieci se ne contano 3 in lunghezza e   22 in altitudine e la valle  s’allarga velocemente nello sguardo e presto il mare sale all’orizzonte a lambire il perimetro estremo della veduta. Mandorli ed ulivi adesso  nascondono alla vista i tronchi segnati da solchi centenari  e nodosi intrecci si sughero che sembrano raccontare storie fiabesche. Ora si danno a ciuffi disordinanti all’occhio distratto del ciclista che imprime sul pedale  un’energia modulata e costante, cercando una distribuzione ottimale, la più oculata possibile (non più di 3 Watt suggerisce Ivan Illich, "Elogio della bicicletta

I primi, quelli che  associano  bici di  ottime  qualità tecniche ad  una buona preparazione atletica o solo ad uno stato occasionale di grazia, guadagnano la fine della grande salita e sostano in uno piccolo slargo antistante un viottolo   che segna la collina come una freccia nel fianco. Lì,  molto lentamente, si ricompone il gruppo ed il fiato prende forma di voce. Salvatore, fra i primi, è il meno sofferente, sembra aver  riassorbito in pochi minuti lo sforzo. Ma è anche premuroso per gli altri e previdente nella sua distribuzione di cetrioli già sbucciati e tagliati,  pronti a darsi   alla manata più o meno scomposta dalla fatica segnata sul viso sconvolto dei più.

 

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