“Caos calmo” di Sandro Veronesi

Del romanzo  si coglie subito una malizia narrativa. Il continuo riferimento alla piccola strumentazione tecnologica che guarnisce il testo, come ciliegine la torta. La comune vita quotidiana,  di comuni cittadini, in comuni contesti metropolitani, può risultare accattivante e garantire un’attenzione più folta, alla stregua d’ogni libro da cassetta. Nel lettore più esigente, che cerca sempre nel testo assonanze  con un classico della letteratura, o la specialità editoriale in controcorrente,  il sovrappiù stona e rinforza una velina difensiva. Ed è quindi la prudenza a guidare lo scorrere delle prime pagine, per non cedere alla seduzione del personaggio “mediano”  nel quale tanti  potrebbero identificarsi. Ed è proprio questo ad insospettire il lettore esigente.  Un effetto perverso ed inatteso per la tecnica  narrativa che di quegli elementi fa una cornice nella roccia dove incastona il romanzo. La tensione per il timore d’essere catturati nel solito fiume di parole pretenziose, si scioglie man mano che  il personaggio Pietro si appropria del tempo narrativo e, per questa via, d’una personalità tutta sua, affatto comune, in cui ci si può identificare soltanto dopo un doloroso lavoro introspettivo. Ed è appunto il dolore il   protagonista assoluto, nelle sue diverse apparizioni nello scenario che intreccia richiami romantici e ottocenteschi alla ovvietà della nostra quotidianità. E’ lì,  in un angolo  nascosto ma centrale di una normalissima Milano dei tempi nostri, che il protagonista-dolore si rappresenta nei diversi personaggi che sfilano in un giardinetto,  su una panchina all’ombra di un oleandro, accanto  all’Audi A6 di Pietro,  parcheggiata ogni giorno di fronte alla scuola di sua figlia Claudia, orfana di madre da meno di un mese.

 

Quel dolore per la recente morte della moglie che Pietro sembra rifiutare o semplicemente  non vedere, riaffiora in amici e parenti,  come catalizzati dalla stramberia di Pietro che  essi  scambiano per lacerazione profonda ed inconsapevole.  Egli decide di trascorrere intere  giornate lavorative di fronte alla scuola di sua figlia, certo di farla felice ma soprattutto a guardia di quel dolore che non vede esplodere neppure in lei. Scorrono i giorni ,  parenti ed amici, ognuno con un’angoscia da spendere su quella panchina quasi fosse un confessionale e Pietro una specie di eroe moderno avvolto dalla sua pellicola romantica come un santone nel  proprio   alone  magico.

 

L’autore manipola bene la vastità dei sentimenti in gioco, dall’amicizia vera all’invidia malcelata e strisciante,  al tradimento, ai sentimenti filiali eccessivi, spesso causa di errori e pene dei destinatari,  alla passione sensuale, al sesso crudo, fino a sfumare nella stima sincera, nel calore tiepido di una conoscenza casuale.

 

 I personaggi che di volta in volta si confidano con Pietro partecipano quasi sempre  una delusione che accompagna un dolore. Lui li ascolta, a volte attento, altre distratto, annoiato, divertito, meravigliato. Mai sofferente. Il dolore degli altri non lo ferisce. Pietro non soffre. Prova pena,  addirittura quel dolore altrui  in lui si fa risarcimento di antichi screzi, o ammirazione di fronte ad una abbagliante umanità che  mai  avrebbe sospettato amalgamata al cinismo.

 

Il personaggio più saliente di questa sfilata del dolore è Marta, cognata di lui, sorella della defunta moglie Lara. La sofferenza di Marta scoppia aggressiva nello strazio di accuse rivolte a Pietro, colpevole di cecità, per non aver mai saputo vedere  l’infelicità della moglie, la sua inquietudine, il senso della vita che in lei da anni andava sfilacciandosi.

Un’accusa crudele, incredibile,  che piomba su Pietro a meno di un mese dalla morte di Lara. Ed infatti è talmente insopportabile che la rifiuta, e rimette al mittente ogni tentativo di aggressione. Bombe  al senso di colpa che Pietro rimanda a Marta ricordandole la sua vita colma di insuccessi affettivi, dissennata, costellata da innumerevoli quanto patetici tentativi mistici. L’inquietudine attribuita a  Lara è in lei, le è sempre appartenuta, è la sua seconda pelle.

 

Pietro sembra sgusciar via come un pesce,  uscire inalterato, indenne da tutti quei rapporti che in qualche modo vorrebbero coinvolgerlo in un dolore, tanto per una reazione all’invidia, quanto nel  risarcimento d’un tradimento. Nulla lo scuote oltre la soglia della razionale elaborazione, del meccanico contenimento, neppure la sua dichiarata  gelosia nei confronti del fratello Carlo,  poco più grande di lui, per il rapporto coinvolgente  che questi è riuscito magicamente a costruire  con la figlia di Pietro, senza la benché minima fatica, alieno ai sacrifici personali com’ è Carlo, nei brevissimi periodi di frequentazione che dedica a lei. Tutto resta sotto un controllo razionale, le emozioni di Pietro si giocano sul piano della elaborazione concettuale,  ed il quadro narrativo dei personaggi in cui l’autore ripone sentimenti forti ed emozioni devastanti quasi a compensazione, contraltare alla razionalità di Pietro, si infrange nell’unica nota dissonante. Pietro è per tutti fuori di testa, solo un  folle, uno a cui il dolore ha devastato il dono della ragione, può, ormai da un mese, sostare per tutto il tempo fuori della scuola in attesa che esca sua figlia. Ma Pietro nega, dichiara di star bene, di sapere ciò che fa. I pazzi sono gli altri. Ed infatti, a tratti si perde il controllo narrativo o più semplicemente si è portati ad adagiarsi all’onda confusionaria del  tambureggiare  di accuse e contraccuse di follia che serpeggia al centro del romanzo.

 

L’ultima parte è una lenta risalita. Una graduale presa di coscienza dei personaggi,  ognuno delle  proprie responsabilità. Però, ciò avviene  più che per maturazione elaborata autonomamente da ognuno di essi,  per l’intreccio di eventi che li lega e li costringe  alla propria miseria. Pietro è l’unico che sembra resistere ed accusa il primo scricchiolio solo quando la figlia gli confessa un po’ imbarazzata d’essere centro di derisione da ormai un mese nella sua classe. Gli dice d’essere canzonata per quel padre fuori di testa che se ne sta tutto il giorno su una panchina ad aspettarla. E’ uno schiaffo violento ed inatteso che Pietro incassa male. Quel palcoscenico del giardinetto e della panchina, quella rappresentazione romantica della realtà apparentemente voluta da lui a tutela della fragilità di Claudia, frana nelle  poche parole della figlia. Pietro sembra restare scoperto, persa la seconda pelle, la membrana costruita da tutto quell’artifizio psicologico, si presenta nudo alla realtà del dolore. La sua sofferenza scoppia nelle ultime due pagine ed è uno strazio, come il crescendo d’un preludio  mozartiano. Due pagine per raccontare la follia del dolore.

 

“Caos calmo” è oltre l’apparenza della mancanza di dolore, oltre la dilazione di esso, oltre il rinvio. Caos calmo è il dolore che già c’è,  che pervade e strazia sotterraneo, il dolore che sconvolge senza manifestarsi a sé. Ed è così pervasivo e penetrante da non poter che essere rifiutato. E non basta neppure il gioco speculare a stanarlo, non è sufficiente il dolore di un qualsiasi “altro” per ricongiungere un’assonanza. Esso può affiorare a coscienza  soltanto quando l’altro è la sede del nostro, quando egli  ce lo rimette addosso con tutto il suo peso non per librarsene ma solo per condividerlo. E’  “Il contrario di uno” di Erri De luca.

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7 risposte a “Caos calmo” di Sandro Veronesi

  1. hettori ha detto:

    Sei di una bravura eccezionale! Io questo libro l’ho letto questa estate, mentalmente ho provato a riassumerlo ma la presenza e il concatenarsi di continue sfumature non me lo rendevano mai nella sua integrità. Assolutamente bello come libro, assolutamente da consigliare, l’unica cosa che mi è sembrata restare un pò incompiuta sono i presunti messaggi “via Radiohead” tra Pietro e sua moglie ma per il resto non ho l’ardire di aggiungere altro tanta è la plenarità della tua spiegazione. Bravo ancora!

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  2. nomefalso ha detto:

    Ti ringrazio per il commento.

    i messaggi-Radiohead più che altro mi pare rafforzino la fissazione di Marta in una vaga trascendenza, proprio nel momento in cui è lei stessa a svelare che la registrazione del cd è opera sua e non di Lara, come credeva Pietro. Nonostante questo, reciso ogni rapporto tra Radiohead e Lara, Marta vorrebbe che Pietro continuasse ad indagare un mistero che ormai non c’è più.

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  3. hettori ha detto:

    Si difatti questa era la spiegazione che mi ero dato anche io e se non altro rappresentano i pochi momenti che rimandano Pietro al ricordo di sua moglie in una realtà che non lo vede immediatamente travolto dal dolore. A ripensarci bella anche la spiegazione di Enoch circa la diatriba sulla futura fusione. Benchè sia un romanzo portato all’introspezione e alla riflessione non mancano momenti filosofici e addirittura anche parentesi comiche. Mi dispiacque quando finii di leggerlo, avrei voluto continuasse ancora…Ho saputo anche che è in realizzazione la trasposizione cinematografica con Nanni Moretti.

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  4. nomefalso ha detto:

    coincidenze: proprio in questi giorni pensavo che un film sarebbe un bel modo per dar vita (altra e nuova) a tutti quei personaggi. Sarei felice se ad occuparsene fosse davvero Moretti.

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  5. hettori ha detto:

    Si e torna a fare l’attore dopo 10 anni in un film che non è da lui diretto.

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  6. Artemisia1975 ha detto:

    Purtroppo ho perso l’abitudine di leggere romanzi… avendo l’adsl le mie letture ormai si sono ridotte al web ma devo dire che questo romanzo che hai descritto mi fa venire voglia di sfogliare nuovamente pagine di carta. ^_^
    Un salutone.

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  7. nomefalso ha detto:

    hai ragione, spesso mi trovo diviso fra una cosa e l’altra. Dal web ci si aspetta forse vita vera che scorre nei blog, immediatamente disponibile per la nosrta sete di emozioni vive. Ma è il tempo che fa il vino buono. Elaborazione e distanza fra l’evento e la scrittura, credo rappresentino la differenza fra ciò che spesso è sfogo, necessità impellente, ed un’opera che ha richiesto lavoro introspettivo offerto alla elaborazione di chi legge in una catena infinita di successive elaborazioni.
    grazie della visita, a presto

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