Il parcheggio

Enzuccio parcheggia in doppia fila davanti alla sede del quotidiano locale. Esce dall’auto e si piazza di fianco  alla bottega del barbiere  di fronte con le braccia strette sul petto in perfetta postura d’attesa. E’ nuovo della zona, non conosce nessuno. I ragazzi escono dalla scuola elementare lì  vicino  con molte auto fuori ad attenderli, anch’esse in doppia fila. La strada è trafficata, a senso unico, è l’ora del cambio di turno in redazione e c’è un via vai di auto e di gente.  Chi cerca di uscire dal parcheggio chi di conquistarlo fermandosi di colpo davanti ad  un serpente di metallo  che protesta impaziente col frastuono di clacson per l’arresto improvviso. Enzuccio guarda la scena, le auto in coda,  i ragazzi indecisi se attraversare o no, una madre  indecisa se raggiungere il figlio  o  limitarsi a gridargli attenzione ed  attenderlo lì dov’è. Poi Enzuccio  alza la testa e segue una busta bianca di plastica che vola davanti al maestrale e tifa, spera che non tocchi terra che accarezzi i palazzi e si perda dentro un terrazzo, che riposi lì fino al prossimo vento.  La busta gira l’angolo, si sfila alla sua vista mentre l’ululato di clacson è diventato più mite, meno aggressivo ma resta insistente. E’ solo un’auto che strilla adesso ed Enzuccio riconosce la sua voce e mentre torna dallo  sguardo perso dietro la busta, incrocia il viso dell’uomo che tiene la mano destra infilata nel finestrino mezzo chiuso della sua auto e preme  sul clacson con ritmo irregolare. Lo osserva nel vorticare nervoso del collo, ma non riesce a sentire le parole che l’uomo  dice a mezza bocca. Lo fissa mentre ritrae il braccio dall’abitacolo, guarda l’orologio, si gira,  fa due passi, sale il marciapiedi, arriva fino al cancello  d’entrata del Giornale e si ferma. Continua a volteggiare in tutte le direzioni  con le mani sui fianchi, ora nelle tasche,  ora una sul fianco destro e l’altra sulla fronte. E’ una giornata fredda  ma l’uomo ha tutta l’aria di sudare o forse è solo  un leggero mal di testa, questo pensa Enzuccio che non ha mia smesso di fissarlo.  Le auto dei genitori in doppia fila si sono dileguate, davanti alla scuola sono rimasti solo due insegnanti in piedi, mentre l’uomo sempre più scomposto dalla impazienza dei suoi gesti  spera si tratti di due mamme e che una di loro sia la proprietaria dell’unica auto rimasta in doppia fila, quella di Enzuccio. L’uomo torna di tanto in tanto a clacsonare nell’auto di Enzuccio e le  due donne continuano a parlottare, interrompendosi  visibilmente contrariate dal suono  assordante. L’uomo fa un gesto verso di loro come per chiedere qualcosa ed in risposta gli arriva l’irritazione di un volto che si rigira verso l’amica senza un cenno di considerazione. Enzuccio osserva tutto con attenzione, le donne che continuano a discutere silenziose e composte, il nervosismo dell’uomo che ora parla al cellulare ad alta voce, il furgoncino dei vigili urbani che parcheggia dietro la sua auto e l’uomo che si avvicina loro.  I due vigili escono dal furgoncino e ascoltano un racconto accompagnato da  grandi gesti delle braccia e del corpo. Poi uno dei due  prende dall’auto il ricevitore radio e comunica qualcosa a qualcuno. L’altro fa un giro completo attorno all’auto di Enzuccio chinando la testa per meglio osservare l’abitacolo, di tanto  in tanto. Le due donne sono sparite dalla visuale di Enzuccio, il portone della scuola è serrato, il traffico si è placato, la busta bianca è ricomparsa e vortica attorno al lampione dove è appoggiato uno dei due vigili che sta  scrivendo qualcosa su un blocchetto, una specie di ricettario, così pare ad  Enzuccio che ora  sbircia molto incuriosito. La busta bianca si allontana dal palo e con la sua traiettoria traccia nell’aria   una  specie di esse spallata, volteggia verso il basso, sfiora il ginocchio dell’uomo che tenta di scacciarla o di acchiapparla non si capisce bene, ma lo fa  senza successo. La busta si incastra fra il parafango e la ruota dell’auto parcheggiata tra il marciapiedi e quella di Enzuccio, cioè quella dell’uomo. L’uomo si avventa contro la busta con imprecazioni scomposte e movimenti esagerati e ridicoli ma oltremodo imprevidenti. . Uno dei  vigili deve sorreggerlo per evitare che cada quando il suo piede destro resta incastrato  nella busta facendogli perdere irrimediabilmente l’equilibrio. Enzuccio non batte ciglio, si limita a scuotere la testa per sottolineare l’imprudenza dell’uomo. Dalla via adiacente spunta un carro-attrezzi giallo, accompagnato da uno sferragliare assordante. Il veicolo  si piazza davanti l’auto di Enzuccio, nello stesso verso di marcia. Uno dei vigili  comincia  a parlottare col conducente del carro-attrezzi mentre l’altro continua a scrivere sul suo ricettario, alternando  l’incombenza a scambi di parole con l’uomo che entra ed esce dalla propria auto a  ritmo irregolare e nervoso. Enzuccio lascia cadere le braccia lungo i fianchi, si stacca dal muro dov’era appoggiato e si dirige verso la sua auto. Saluta i  presenti con un buongiorno general generico, si infila nell’auto e tenta di girare la chiave d’avviamento quando uno dei vigili gli intima: documenti prego! Enzuccio si china sul cruscotto, apre il portaoggetti  e sfila  una specie di raccoglitore. Lo sfoglia finché non trova ciò che cercava che porge al vigile in piedi di fianco allo sportello chiuso.

         Il vigile –  Ma scusi, lei era lì di fronte ad osservare ogni cosa, e… era lì da  quanto da…

         L’uomo – da   t r e n t a c i n q u e   minuti!

         Enzuccio – trentacinque?

         L’uomo – pure spiritoso oltre che incivile, sì?

         Il vigile – D’accordo, basta , sposti l’auto, faccia uscire il signore  ed attenda lì di fianco.

         L’uomo del carro-attrezzi – che facciamo agente, resto o vado?

         Il vigile    aspetta un attimo ora vediamo.

Intanto Enzuccio si è spostato ed ha parcheggiato a pochi metri. L’altro vigile continua a scrivere, l’uomo accelera forte e parte, Enzuccio lo saluta con lo sventolio timido della  mano destra .

         Il vigile-  Signore,  ma si rende conto del suo comportamento?

Enzuccio – Certamente. Sa, vivo solo, sono quasi sempre solo, avevo bisogno di parlare con qualcuno, forse di un contatto, d’essere considerato, d’un cenno umano, anche di rabbia.

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