J. M. Coetzee, Aspettando i barbari

 

J. M. Coetzee, Aspettando i barbariAncora su J. M. Coetzee, "Aspettando i barbari". Un percorso nell’animo umano raccontato attraverso l’indagine introspettiva  di un magistrato di un impero non meglio definito,   funzionario  di una tranquilla  cittadina di frontiera. La vita è  scombussolata all’improvviso dall’arrivo degli ispettori militari dalla "capitale".  In verità epoca e localizzazione   geografica dei luoghi  sono intuibili, forse,  appena accennate da indizi vaghi ed indefiniti. Così come vaghi ed indiziari restano gli argomenti a sostegno di un’imminente  invasione che il popolo barbaro starebbe  preparando a danno dell’Impero, tanto che sproporzionata appare subito la controffensiva militare messa in moto. Sperequazione che Coetzee sembra volere ben evidente per introdurre  la sensazione del ridicolo dove fonda subito dopo  impietosamente il tragico.

 

Ed è proprio lì, sulla linea di  confine che si attende il nemico, il barbaro devastatore della ordinata e ricca civiltà imperiale. Su quella linea si snoda l’intera vicenda: si torturano innocenti, perseguitano popolazioni nomadi e primitive famiglie di pescatori, nella insopportabile attesa del pericolo. Un’angoscia che si fa  ragion di stato,   propulsore  emotivo che arma l’esercito anche a danno  degli stessi  sudditi,  e realizza il calpestio tribale di quelle moderne  leggi su cui la  civiltà imperiale ha fondato la propria fierezza e l’orgogliosa  distinzione dai popoli primitivi.  Un’angoscia che azzera il tempo, livella civiltà e l’umanità torna alla condizione animale, allo statuto dell’istinto.

 

 

Un libro sull’attesa del pericolo, scritto attorno alle sue conseguenze, alle paure, all’ansia di chi dovrà combattere un nemico, alla resistenza ostinata di fronte  alle ragioni dell’Impero di chi non vede nemici, ed alla preda inconsapevole che  per nemico è scambiato, volutamente scambiato.

 

L’attesa angosciosa  del potere tanto simile  a quella  del suddito/funzionario che lo replica  è così diversa da quella del cittadino che non perde nè lucidità nè dignità e paga sulla propria pelle le conseguenze d’una coerenza che appare più come l’ineluttabile che  scelta morale.

 

Anche qui Coetzee non manca di rapportarsi ai sentimenti umani   della passione e dell’amore nel modo più vero. Essi  non  restano sospesi  neppure dinanzi ad una tragedia epocale.  Il protagonista vive fino in fondo tutte le contraddizioni della situazione narrata. Egoismo  e miseria  del proprio sé si amalgamano  alla compassione  per la  crudeltà che si consuma sull’altro, nella sua terra,  e sopra il suo corpo. Un’esplosione di ribellione e  di forza inattesa in lui   risolte in resistenza ostinata davanti alla violenza gratuita fino a trasformarlo da funzionario dell’impero a martire ma non a suddito. Molto  riporta a  L’uomo in rivolta” di Albert  Camus.

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