Competizione e violenza, dov’è il limite?

Tempo fa seguivo un dibattito alla radio  sul tema della violenza alle donne. Quando valuto l’informazione, in qualunque forma mi giunga, cerco di tirarmi fuori dai meccanismi che spesso imbrigliano il destinatario e lo rendono parte occulta di essa, anziché esterno osservatore. In questo caso, man mano che la discussione prendeva corpo fra i diversi ospiti – quasi tutte donne impegnate in associazioni private rivolte al sociale – cresceva la mia distanza dal ruolo passivo di chi riceve, proprio per meglio valutare il pensiero degli altri. Notavo che quasi tutti gli interventi avevano in comune un substrato culturale mai detto, inconfessato, forse perché ritenuto assolutamente ovvio e scontato, e proprio per questo rimosso definitivamente dalla discussione. Si tratta dell’alto livello di competitività fra le persone che ormai contraddistingue inesorabilmente gran parte delle attività umane, in quasi tutto il pianeta. Dentro quel meccanismo di sprono all’individuo (anche quando si associa, il motore portante resta lui, l’individuo) crescono tanto valori positivi quanto perverse derive dove la competitività esasperata si trasforma in violenza. Non è un caso se negli ultimi 20 anni, al crescere delle iniziative per la tutela delle donne, sia nel campo sociale che legislativo, la violenza verso l’universo femminile sia aumentata nel numero, diversificata nelle forme d’offesa, ma soprattutto non si è attenuata quella infrafamiliare. Qui non grava il sospetto che tale crescita di violenza sia in relazione con l’aumento della popolazione immigrata. Nè vale l’indubbia constatazione che oggi le donne denunciano di più e che quindi siano aumentati i casi noti tra quelli effettivamente occorsi.

 

E’, dunque, principalmente un problema di cultura, nostra, occidentale (fermo restando le gravi responsabilità sul tema di altri sistemi culturali). La nostra è ormai una cultura fondata economicamente e socialmente sull’individualismo. Premia i sistemi competitivi anzichè quelli collaborativi, pur essendo questi ultimi più economici se si valutano tutte le risorse spese e quelle risparmiate per raggiungere un obiettivo ( dilemma del prigioniero – teoria dei giochi)  

La psicanalisi si è frantumata, parcellizzata, polverizzata in tutti i saperi, sempre più trattata da mani incompetenti, se non da veri cialtroni . Non c’è disciplina che non abbia il suo approfondimento psicanalitico zoppo, giocato tutto su un versante a scapito della riflessione attorno “lutto”, della elaborazione della perdita, della valorizzazione del momento depressivo quale risorsa di crescita della consapevolezza dei propri limiti. Si privilegia, cioè, l’analisi che mira a scovare nella personalità risorse aggressivo-competitive. I presidi educativi, le scuole, i seminari, i training, puntano a rastrellare l’io, ad affilare nella personalità aspetti competitivi ed aggressivi, spesso scambiati e valorizzati come espressivi o addirittura forme artistiche.

 

Empowerment, gestalt, sono da oltre un decennio irrinunciabili riferimenti della formazione umana. Diventiamo sempre più macchine competitive, affermative, interventiste. Si offuscano e scoraggiano le risorse umane più miti, le collaborative, i silenzi, le pause, il passo indietro. il pensiero si confonde sempre più  con  l’immediatezza del "fare",  anzichè esserne premessa indispensabile. 

 

Le associazioni che lottano contro la violenza sulle donne – come tante altre – non ne sono esenti, pur nascendo come private associazioni volontaristiche I loro progetti sono spesso finanziati da enti pubblici o da altri "terzi" – aziende ed industrie private – che infine scaricano sul mercato il costo del progetto, attraverso il prelievo fiscale (se finanzia l’ente pubblico) o per mezzo del prezzo del prodotto (se finanzia l’azienda privata). Quindi, nella contabilità generale delle risorse, le attività umane competitive acuiscono gli elementi  aggressivi ed individualistici, per scontare maggiori tasse o  aumenti di prezzo dei prodotti necessari a finanziare quei progetti, anche quando essi furono socialmente meritori.

 

Per questa via, tutte le attività non volontaristiche delle associazioni, cioè progetti finanziati da qualunque fonte, in comunità aggressivo-competitive quale è la nostra, si trasformano in un acceleratore di scambi, di sviluppo, di aggressività e di violenza.

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