Costituzione repubblicana e programmi elettorali

I 60 anni della Costituzione sono stati celebrati. Ieri, a  pochi giorni, la triste ricorrenza della barbarie nazista. Non dobbiamo dimenticare. Due ricorrenze, il senso della prima estratto da quello dell’altra,  è lo sforzo enorme che i popoli europei seppero imprimere alla storia mentre uscivano   dalla prima metà del novecento,  scrivendo nero su bianco  le garanzie affinché  quella barbarie non si ripetesse. Uomini e donne di tutte le estrazioni politiche democratiche.

La Costituzione italiana volle, sin dalle premesse, scrivere tra le regole inderogabili repubblicane le garanzie contro ogni forma razziale,  di discriminazione sociale e religiosa. Il costituente si preoccupò di dar corpo a quelle garanzie sia in forma diretta, con appositi articoli della Carta, sia in forma diffusa ed indiretta, attraverso tutta la prima parte. Nella discussione preliminare del 1947  i costituenti convenivano che le garanzie erano legate le une alle altre e che non si potesse  liberare davvero  il pensiero   solo grazie ad una generale previsione normativa, se non si assicurava anche  alle persone  una libertà materiale e sociale. Ed infatti  tutta la prima parte verte sul tema dei diritti individuali e sociali, di pensiero, del lavoro,  diritto ad una paga che consenta una vita dignitosa, diritto alla salute, alla casa, ecc.

 

Ricerca puntigliosa di un equilibrio costituzionalmente garantito tra la libertà di pensiero e condizioni  materiali, affinché la prima si esprimesse  concretamente. Ed è appunto  l’equilibrio l’anima della costituzione italiana, che l’attraversa per intero dai principi fondanti fino alle disposizioni tecniche più minuziose che riguardano tanto il funzionamento degli organi istituzionali quanto i loro poteri. E’ notorio, le norme espresse nella prima parte della Carta sono di principio e generali. Non è giuridicamente  sanzionabile la mancata applicazione di esse ma politicamente sì. Il Costituente rinvia al legislatore ordinario, il compito di porre in essere il tessuto normativo per trasformare quei principi su cui la Carta  fonda, in realtà. La forma usata non è augurale, d’auspicio o di speranza ma prescrittiiva: il vero obiettivo della Costituzione.  Ed invero, nei primi 30 anni ci fu uno sforzo del legislatore in quel senso. Gli anni 70 registrano  la produzione normativa più importante per la tutela dei diritti civili, del lavoro, iniziative  sociali per la casa, la sanità, ecc. Poi il declino. Assassinato Moro e morto Berlinguer si inaugura la stagione delle attività antistato, dalle collusioni tra mafia, economia  e politica fino ai corpi deviati dello stato  e dei servizi segreti.  Un antistato che lavora fin dentro le radici delle nostre istituzioni e lì fonda le premesse che influenzeranno il confronto  politico degli anni successivi. In quel tessuto economico e politico nascono i poteri forti che ancor oggi influenzano le libere scelte  dei cittadini e la stessa formazione ed azione dei partiti. Dalla fine degli anni settanta incomincia la decostruzione dello stato sociale e del welfare. Quello è il periodo in cui il legislatore ordinario  avvia con pervicacia un’attività che si potrebbe definire  anticostituzionale per quanto cozza con tutto ciò che la Carta prevede nei suoi principi fondativi. I servizi pubblici vengono man mano svuotati di forza e di efficacia, sia attraverso la riduzione di risorse  che mutandone lo status giuridico: da ministeri o aziende pubbliche a  enti pubblici economici a spa.

 

Oggi siamo alla vigilia di elezioni politiche, mese più mese meno. Speriamo solo che almeno si riesca a realizzare una legge elettorale meno scandalosa.  Il  2008  registra assieme un vorace  prossimo  confronto elettorale ed il sessantesimo anniversario della Costituzione. Partiti politici che si sbraneranno per contendersi il primato di anticostituzionalità o saranno assieme collusi per lo stesso obiettivo. Questo si profila.

 

Onorare la Carta e prestarvi ossequio significa amministrare il bene pubblico per il generale beneficio di uomini e donne che sul territorio di questa Repubblica vivono. Un territorio ed un patrimonio che ha già visto violare i  propri limiti estremi nel depauperamento dei beni comuni. Uno Stato senza beni patrimoniali reali e morali declina la sua stessa sovranità ad una funzione privatistica della cosa  pubblica. Uno stato senza ricchezza e con un territorio pressoché usucapito dall’interesse privato non può più esercitare sovranità se non in modo nominale ed inefficace.  Ed in questa visione che troviamo anticostituzionali tutti quei programmi politici, di qualsiasi fazione,   che non prevedono con drasticità ed in modo chiaro il limite oltre il quale ogni ulteriore cessione al privato del bene pubblico (in forma di diritti, di gestione  o patrimoniale) è lesiva dello stesso fondamento repubblicano. Il nuovo monarca non ha stato né materia,  è sublime ma si nutre di patrimonio pubblico. Uno stato che registrasse a favore della proprietà privata gran parte della gestione dei beni comuni come acqua, sanità, trasposti, energia, istruzione, cultura; che progressivamente aliena i propri beni patrimoniali nella forma di illusorio beneficio mix pubblico-privato, è uno stato destinato a non avere più credibilità interna ed internazionale. Chi lavora per questo obiettivo lavora anche per sconvolgere l’equilibrio costituzionale dei valori  contenuti nella Carta  a tutto vantaggio dell’interesse privato. Chi continua a ipotizzare che uno stato moderno è uno "stato leggero" che si occupa solo di scrivere le norme, è un illuso, poichè a questo stato mancherebbe la forza del potere coercitivo radicato anche nel valore patrimoniale e nella propria ricchezza materiale. Non è possibile pensare che si possa esercitare il potere della sovranità senza ricchezza materiale. Chiunque sarebbe in grado, con la propria ricchezza privata, non solo di condizionare la produzione normativa, unica funzione dello "stato leggero", ma addirittura di corromperne quella sanzionatoria e repressiva. Un tale assetto istituzionale costituirebbe senza mezzi termini una forma anticostituzionale fino alla deriva eversiva.

 

In questo senso e per questa urgenza democratica, è  quindi necessario elaborare programmi di governo compatibili con gli equilibri dei valori economici e morali già previsti dalla Costituzione. L’incombente campagna elettorale da celebrare nel sessantesimo anniversario della Carta,  offre l’estrema possibilità a coloro che  si presentano  quali riformatori per una nuova e moderna politica, di ossequiarla  con  lo stesso programma elettorale. Programma  che deve avere come primario obiettivo il riequilibrio dei valori costituzionalmente previsti attraverso il riequilibrio della ricchezza e dei diritti fra i cittadini, dando più forza ai beni pubblici ed alla loro .funzione.   A questo obiettivo va indirizzata   la riforma dello stato, anche per mezzo di una revisione costituzionale della seconda parte della Carta. Riforma che elida ostacoli e  renda  più snelli  meccanismi istituzionali per agevolare  il legislatore ordinario nel perseguire i fini scritti nella prima. E’ questo che per noi significa riformare, sia in senso linguistico che costituzionale

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