Periferia di sè

Sappiamo tutto sulle malefatte di Berlusconi, eppure vince e stravince anche se non convince. Come mai? Tutto si sa   dei politici corrotti, su quelli incapaci, sulla casta, sui diffusi privilegi ecc. Eppure sono lì, governano e ottengono consensi, paradossalmente  disgiunti dalla fiducia. Nessuno più si fida di loro ma in tanti ricorrono a loro. Come mai?

 

l’informazione di Marco Travaglio, Beppe Grillo, denunce come quella di Saviano  – per citare i più noti tra i controinformatori –  creano consapevolezza ma anche timore. Tutto Indigna e nel contempo terrorizza. Una così vasta organizzazione politico-economica-criminale-affaristica-spregiudicata, infiltrata in tutte le istituzioni, non può che indignare. Ma il sentimento successivo è la paura, la sfiducia, la resa. Prendere coscienza che un sofisticato e diffuso meccanismo di controllo di quasi tutte le attività umane è nelle mani di pochi spregiudicati faccendieri, è anche  fare i conti con la propria impotenza. Due le reazioni probabili: depressione o leggerezza. La  prima è un atteggiamento obbligato per chi si carica il peso delle cose, stadio inevitabile d’una possibile reazione. La depressione non è ancora impotenza cronica ma solo momentaneo depotenziamento. In quella stasi si  riorganizzano le  forze emotive o restano cronicamente inattive. Ma il passaggio è obbligato. Evadere la depressione con la leggerezza è come saltare un burrone anziché caderci dentro e risalire. Saltando qui e lì come un canguro  si evita il buco  della vita, ma anche  la conoscenza di esso, del  sè che cede. Si evade il lutto e non ci si sperimenta nella risalita. Si resta ciclici nel salto ad ostacoli. A quell’unico  movimento si conforma ogni risorsa psicologica, inibendo l’uso di altre ricchezze emotive. Un po’ la differenza che c’è fra un atleta di decathlon ed un centrometrista. Ma la vita non è una gara atletica, è sperimentazione continua del sè, possibilmente di tutto il proprio sè, fino a toccarne i limiti lungo la sua periferia.

 

Sembra che la reazione degli italiani a tutto questo sia il salto del canguro, evasione, leggerezza, corsa al centro delle cose, ricerca d’una tetta sicura. Forse si dovrebbe affrontare il lutto per tutto ciò che è morto, sperimentare l’assenza e cercare in periferia, sull’orlo estremo del sé,  la possibilità di ripresa.

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