Rriflettendo su Alice Munro, “il sogno di mia madre”

Davvero mi sarebbe piaciuto chiederglielo: mamma, che sogno sei?

Il coinvolgimento mio personale col racconto della Munro evoca situazioni d’infanzia. Sibillini   acuti femminili, risate   e piccole grida strozzate battezzavano  linguaggi  destinati a morire  appena formulati, nati   perché una complicità profonda non restasse senza un suono.   Rincorse e schiamazzi  attorno al    tavolo da pranzo sembravano un rito tribale prima d’ogni pasto. Lì, su quel tavolo,  la vita familiare era sempre in scena:   complicate tabelline e odiose poesie da tenere a mente, i cruciverba e i rompicapo di mio padre la cui difficoltà leggevo nello spessore delle  rughe sulla fronte, i rammendi delle sorelle poco più grandi, i loro pettegolezzi ridanciani e  la gara   dei   piedi sull’orlo del  grande  braciere d’ottone sotto il tavolo. Il tintinnio di piatti e stoviglie   dalla cucina  arrivava come musica di sottofondo, assieme  rassicurante ed inquietante. Portava il carico  d’una presenza autorevole, un  registra che dietro le quinte osserva la scena con scrupolo  e grande serietà. Il  bagaglio d’attenzione    misurava   tutta     la responsabilità  che    mia sorella maggiore dovette sentirsi addosso  mentre dalla cucina  osservava i giovani fratelli  orfani  giocare alla vita e far finta di niente. 

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