Alice Munro , Una donna di cuore

Una tecnica   spesso usata dalla  Munro  sta nell’intrecciare tempi diversi del racconto, ricomponendoli  ognuno attorno ad un personaggio  o per porre in rilievo situazioni    su cui attirare attenzione.  Il racconto è scandito in episodi che si legano gli uni agli altri solo    con l’evoluzione matura dei fatti narrati.

Jutland – Arresto cardiaco – Errore – Bugie.

 

Jutland  è il fiume dove D. M. Willens,  un   anziano optometrista, viene ritrovato morto all’interno della propria auto, presumibilmente a seguito di un incidente. La minuziosa descrizione della vita quotidiana e sociale dei ragazzini che hanno ritrovato il cadavere nel bel mezzo delle loro  escursioni  proibite, e che poi escono definitivamente  di scena,  è  leva letteraria con cui la Munro lega il lettore all’ambiente in cui prenderanno spessore i fatti successivi, veri protagonisti della storia.

 

Arresto cardiaco  è il  capitolo nel quale nascono i   personaggi  fondamentali del racconto:  Enid e la signora Quinn, due giovani donne. La prima assistente volontaria per un ex voto offerto al padre in agonia. L’altra,   toccata da un brutto male ai reni, entra in scena già destinata a morire in poco tempo.  Qui la Munro propone  con insistenza  la  svilente relazione tra il sentimento di estremo rancore verso la vita che abita la Quinn e la capacità o l’incapacità di accoglierlo dell’altra donna.  O quando, addirittura,  non si tratti di un cinico e meditato  conformismo di Enid  dinanzi alle ultime necessità  della moribonda. Estrema,  com’è  ogni verista rappresentazione del femminino proposto   dall’autrice, quella relazione sembra intercettare  due frustrazioni, due impotenze. In una si fa rancore e rabbia  oggi  liberati  in forma di parola, quale testamento dei reali sentimenti della signora Quinn. Nell’altra, in Enid, la frustrazione per aver ceduto al ricatto paterno è  passiva:  sottomissione ai doveri caritatevoli, a quell’immagine di sé diffusa fra i parenti e la gente del paese,  che alimenta la fierezza di sua madre. Un’immagine  alla quale Enid resta appiccicata ed obbediente.

 

Errore. Qui si legano i due capitoli precedenti. L’uomo annegato torna nel racconto attraverso  il  passato  della Quinn che la stessa trasmette ad Enid in una sorta di confessione liberatoria sul letto di morte. O solo per  infettare con le sue ultime parole velenose anche l’immagine del marito che ne esce assassino? In verità non si è mai  certi di cosa davvero sia accaduto nel fiume Jutland,  proprio  grazie alla inaffidabilità  di chi ormai fa dell’odio la sola  parola possibile, l’unico racconto. Saranno veri gli approcci sessuali  del sig. Willens nei confronti della Quinn, reali  le violenze subite da lei in modo silenzioso senza apparenti resistenze? E perché consentirgli tutto questo, perché non ribellarsi, cosa poteva temere? Enid è dubbiosa. La scena che racconta l’omicidio è assai inverosimile. Perlomeno agli occhi del lettore:  L’optometrista Willens sta visitando la Quinn e  la posizione dei due è assolutamente compatibile col tipo di visita. Forse c’è  una gonna involontariamente  sollevata a causa di movimenti obbligati, forse i due, agli occhi di Rupert,  marito di lei,   che entra in quell’istante, potevano apparire in postura curiosa, tutta da esaminare e  da scoprire da lì a pochi istanti. Non  si desume la certezza d’un atto sessuale tanto sconvolgente da giustificare  la reazione omicida  di Rupert.

 

Bugie. L’incertezza si fa regina nel finale. Il dubbio di Enid si risolve in assoluzione. O in condanna della memoria della  ormai defunta signora Quinn?.  Enid sceglie la vita e gira  il dubbio in  speranza. Prima ancora di credere o non credere, sceglie la vita. Innanzi tutto  la propria, riscoprendo il desiderio per troppo tempo latitante in sogni osceni ed improbabili rapporti sessuali,   che  oggi  riconosce  nell’osservare quell’uomo,  Rupert. Ma sceglie anche la vita degli altri, delle piccole figlie della defunta, del marito di lei, dei parenti. Chi avrebbe tratto vantaggio se davvero si fosse trattato di assassinio? E chi,  da quella storia di continui  abusi sessuali?

La verità resta una sfumatura ma c’è la certezza di una scelta.  Un finale  sul filo della eterna contraddizione fra un’etica astratta,  forse  a beneficio di nessuno (neppure la memoria della  vittima ne uscirebbe  onorata) e la necessità d’una vita che deve continuare.   Soprattutto  le giovani vite, quelle di chi non  ha  responsabilità e che un ottuso perseguimento,  non della  verità  ma  del suo contrappunto  ideologico,   avrebbe pesantemente compromesso.

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