Vivere vivere, l’imperativo è vivere.  Il male del secolo è vivere. Quanta eccitazione, quale carico d’aspettative ha questo vivere?  Ingombrante, somiglia più ad una trasfigurazione che a se stesso. Sguardo lungo sarebbe acume e ponderazione, magari prudenza  e  complessità . Ma qui si tratta di  sguardi allungati,  troppo sbilenchi per essere veri. Sguardi che con la linea   della realtà non fanno angolo e sfilano in parallelo. Nessun contatto,  saltano  la realtà  a piè pari. Smascherano l’idea di non esserci, piuttosto,  slancio  in là e sembra  più  un’esortazione che il convinto tentativo di  vivere, di rimanere imbrigliati nel  piccolo e meschino reale . Un nascondimento, la sublimazione della paura, un modo come un altro per semplificare, artifizio più in voga proprio mentre tutto soffoca nella complessità. Si semplifica sempre, quando alla scarsità di risorse si risponde con quell’ottimismo smisurato nella ricerca scientifica che in qualche modo ci caverà dai guai. Se la ferita inferta all’amico o da lui  lasciata, guarisce dentro le infinite possibilità di trovare altri amici. Amici?

E tutto  mi appare come  un’eco   di ritorno, senza che mai   una sola nota abbia lasciato lo spartito.  

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