Un poliziotto lo trattiene dal bavero, l’altro gli sistema i polsi ammanettati  dietro la schiena. La gente infuria tutt’intorno, grida una   rabbia secolare. Chissà da quanto covata nella solitudine di ognuno,  adesso   condensa in una solidale ribellione al mostro.  Vorrebbero lapidarlo, giustiziarlo lì, nel modo peggiore, immolarlo, crocifiggerlo. Qualcuno col sangue negli occhi sfida il cordone di poliziotti  e tenta di aggredirlo, di tuffarsi nello slancio rabbioso sul quel residuo di umanità rannicchiata tra sei gambe che tentano di condurlo in caserma. L’uomo è accusato di aver violentato una ragazza di quattordici anni e di aver massacrato di botte il suo fidanzatino di sedici. Perdoniski Gu mostroski  è il suo nome, le prove a suo carico,  schiaccianti. Ora è seduto di fronte  alla scrivania del Sovrintendente con quattro ispettori di polizia a guardia. Parla un italiano strascicato ed approssimativo. L’ispettore Ventura lo incalza con una sequela di domande e tenta di strappargli una confessione. La ragazza lo ha riconosciuto per la sua statura e per  quella capigliatura riccia e bionda. Inconfondibile, ha sottolineato la ragazza. Poi, l’esame del DNA,  le impronte sul  telefonino senza scheda sim ritrovato sul luogo dell’aggressione non daranno più alcun valore alle parole, alle menzogne, all’innocenza  che l’uomo continua a reclamare con inaudita spregiudicatezza. Sfida all’umana pazienza, prima ancora che ai diritti, alle garanzie d’un paese civile. Ed infatti  – pensa l’ispettore Ventura – quel figlio di puttana d’un rumeno ha fatto sparire la sim per confondere le indagini. Ma cosa cazzo dici ispettore, sostiene  l’autore del racconto, che senso ha perdere un telefonino di proposito senza scheda? Se lo ha    perso davvero, ed allora non può aver premeditato di perderlo predisponendolo  senza scheda. Oppure lo ha messo  lì di proposito, e come un gran coglione semina indizi a suo carico ma sta  attento che non siano molto precisi? Un telefonino, sì, ma cazzo, dai, senza scheda sim!

Ma l’ispettore Ventura ormai è su di giri, attorno è una gara fra i colleghi a chi s’incazza di più, alle torture che ognuno va pensando a carico del mostro, che già  il nome  lo disse  chiaro sin dalla nascita ciò che sarebbe diventato, no?. L’ispettore Tortura vorrebbe invece rendergli la violenza e l’oltraggio di persona, immaginando un contrappasso dantesco. Lo farebbe lì, sul momento. L’eccitazione nella stanza è soda come un uovo, tagliarla a fette  ecco, sarebbe la più naturale delle banalità da dire. Ed infatti  va detta. Ormai Ventura è fuori dalla grazia di Dio e se quel porco non confessa nei prossimi due minuti succede l’inferno. Gu Mostroski  continua a balbettare la sua innocenza, che era lì, che passava nel parco ed ha sentito delle grida ed è accorso. C’era una ragazza che piangeva ed un ragazzo a pochi metri che si rialzava da terra e perdeva sangue dal naso. Allora lui ha tentato di avvicinarsi per soccorrerlo. Era a circa dieci metri e mentre alzava l’andatura perché egli stesso spaventato dalle grida, dal sangue e dalla scena  violenta, il ragazzo incominciò a gridare a sua volta, scappando in senso opposto. Anche la ragazza passava allora dal pianto alle grida, in modo isterico ed inconsulto. Gu mostroski  non sapeva più che fare e tentò di dire qualcosa ma i due ragazzi sembravano terrorizzati e non ascoltavano un bel nulla. Mentre erano tutti lì,   terrore e sgomento   catturavano come dentro una trappola per topi ogni tentativo di comunicazione, quando  dai cespugli spuntarono prima due e poi altri tre poliziotti armati fino ai denti. Gu mostroski  fu arrestato ed i ragazzi soccorsi.

 

A quest’ultime parole di Gu mostroski  l’ispettore Ventura cedette definitivamente e  gli sferrò un diretto nello stomaco. Appena riavutosi, Gu mostroski  fu attinto da una testata sul viso talmente violenta da lasciarlo svenuto per oltre 5 minuti. Talmente veloce che non si saprà mai di chi fosse davvero il capoccione colpevole, se quello del Ventura o l’altro   del Tortura. Voci vorrebbero la paternità del giusto ed equo atto risarcitorio,  a cura del sovrintendente in persona.  Gu Mostroski  confessò tutto ciò che volevano i poliziotti nei successivi due minuti e ci fu verbale firmato e controfirmato con tanto di bolli e timbri. Poche ore dopo  il PM Iosotuttoprima, firmò anch’egli. Firmò la conversione del fermo in arresto che il GIP convalidò quella stessa notte. Il Tribunale del riesame, pure chiamato in causa qualche giorno dopo, decretò indispensabile la custodia cautelare in carcere, tenuto conto  dell’efferatezza con cui l’atto atroce  fu commesso e  perché sussistevano concrete possibilità di reiterazione del reato e di fuga dell’indagato. Ed anche le prove potevano essere manipolate a giudizio del Tribunale, non si comprende bene come, ma sta di fatto che così  fu decretato.

Passata una settimana, l’esame  del DNA dimostrò incompatibilità tra quello dell’indagato e quello del  campione esaminato. Ulteriori rilievi scientifici dimostrarono che le impronte digitali rilevate  sul cellulare ritrovato sul luogo dei fatti  non erano  dell’indagato Gu mostroski .

 

I giornali, un po’ delusi,  smisero di parlarne e qualche direttore apostrofò il cronista di nera intimandogli di portargli degli stupri d’oc  e se proprio non ne trovava, diamine, che si stuprasse una sorella, una cugina,  cazzo!. Mai possibile che tutti ne trovano di buoni e autentici –  di  stupri intendeva il direttore –  e solo lui portava in redazione delle  bufale? Ma allora era meglio tornare a parlare di carrette del mare o di cani randagi che aggrediscono bambini in periferia, no?.  Quando   disilludi la gente nella sua mortifera,  libidinosa, assetata voglia di mostruosità, te la ritrovi depressa   a sbavare davanti ai videopoker,  ed incomincia a disertare le edicole… cazzo, cazzo, cazzo!!

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