“REVOLUTIONARY ROAD” DI RICHARD YATES

Riesce difficile commentare un libro simile. Si rischia di non cogliere i molteplici aspetti dell’essere umano che Yates ci sbatte in faccia, sottraendosi sempre alla volgarità dell’eccesso, alla retorica del pietismo. Ed allora non si può che ripescare dentro di sé l’effetto del testo.

Credo di essermi innamorato della protagonista April nel momento in cui il chiarore della  consapevolezza illumina la  sua vita, grazie ad una rilettura del passato tanto scomoda quanto necessaria. Nelle pagine successive passato e presente si fondono  finalmente ripuliti da quella patina di sentimentalismo romantico che aveva consentito alla protagonista infinite strategie,  per negare e sopravvivere. Moralismo, conformismo e falsità erano considerati i pilastri d’una società da cui fuggire come “diversi”. Diversi  che meritano altro. Da queste pagine risale la presa di coscienza di April che si riscopre simile a quella società da lei condannata, intrisa profondamente da identici modelli culturali, ma soprattutto falsa e moralista. Smascherato lo stucchevole sentimentalismo da lei schernito quale controvalore compensatorio fino a qualche giorno prima,  April se  lo ritrova addosso come  pelle in metastasi. Adesso  è  nuda, fragile, condannata a morte.

D’ora in poi va in scena un automa, un doppio che paga con la moneta dell’apparenza  la richiesta del mondo circostante. E lo fa con puntigliosa attenzione, con esemplare conformismo. April diventa quel mediocre rappresentante della classe media statunitense da lei sempre odiato. L’altra April, disillusa,  vede ormai le cose così come esse in realtà sono.  Appare straziata da un dolore che resta imploso, mentre il suo corpo compie la quotidianità che tutti da lei s’attendono.

Frank, l’ex marito, sopravvive perché è falso, e non riesce mai a guardarsi nel fondo, neppure a tragedia compiuta. Falsità e compromesso, ammantati da un abbagliante sentimentalismo, pare  la formula magica per sopravvivere. E’ il grido rabbioso e, nel contempo,   rassegnato di Yates. Prezzo pagato alla  sopravvivenza dalla  caducità umana, si fa  segno del limite, ridimensionamento insinuato come un parassita in ogni atto rivoluzionario, fino al ridicolo, al tragico.

Frank sopravvive sì,  ma a danno della propria dignità.  April muore perché non accetta il peso dell’esistenza. Se il  suo   è un aborto spontaneo sotto il profilo medico-legale, è un suicidio inevitabile nella prospettiva  psicologica che Yates ci offre.

Il simbolismo cui accenna Richard Ford in una sua recensione al testo di Yates, è qui evidente: Avril uccide se stessa incinta ed il simbolo stesso della maternità. Una condanna radicale e definitiva della umanità.

Tutto questo riporta  al “Il mito di Sisifo”  di Albert Camus . Sin dalle prime righe Camus è netto: Prima d’ogni altra considerazione circa esistenza, l’uomo deve chiedersi se essa  valga la pena d’essere vissuta. Tutta l’opera è un saggio filosofico che affronta e motiva la risposta positiva. L’enorme ruota di pietra che Sisifo è condannato a tirar su per il pendio in eterno,  ad una stima razionale  dei risultati, appare un gesto ridicolo, spiegabile solo  nel contesto mitologico. In contrappunto il testo di Yates sembra ammonire:  conformismo e falsità in un amalgama di romanticismo e moralismo, rappresentano il peso dell’esistenza. Vivere con dignità è  la capacità di sopportarlo senza restarne schiacciati.

 

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