Ho una  settimana e dovrebbe bastarmi per sistemare i conti, se quella vipera  della Fraccaldini non continuasse a crearmi  i soliti problemi. Mi serve il programma degli investimenti per il prossimo anno. quello deliberato recentemente dal Consiglio Direttivo. Trova sempre delle scuse per farmi attendere quando ho bisogno di qualcosa. Fu così  dall’inizio, sin da quando accettai  quell’incarico di riordinare i conti del piccolo ente. Scontrosa già nei primi momenti in cui misi piede nella struttura dove lei, la segretaria, è l’unica dipendente. La “funzionaria”, dice sempre al telefono presentandosi e riempiendosi d’orgoglio. Mette nell’espressione del viso un che di regale taroccato, mentre la testa  sembra staccarsi dal collo, tanto s’impenna nel movimento innaturale  e grottesco. In verità confonde il temine “funzionario”, attribuendogli un significato molto diverso da quello generico che ha, con cui genericamente viene usato dalla generalità delle persone, in tono molto generico. In realtà sa che  pochi rischiano di confrontarsi con un “funzionario”, dopo aver declinato le proprie generalità.  A ben guardare è un termine che viene usato molto poco di frequente, per lo più inconsciamente, scartato all’origine, laddove si possa rimediare con altri. Entra nell’immaginario al guinzaglio di Kafka, vestito di grigio, riecheggia ambienti semibui, penombra dove  girano  gli affari di cui egli sembra   il centro. Rievoca regole e  norme che in perfetta solitudine maneggia con destrezza, e ce n’è sempre una che l’interlocutore, condannato già in via preventiva ad una inesorabile sconfitta, di qualunque affare si tratti,  ignora, e che spunta improvvisa dal cilindro nero del mago, chiarendo definitivamente la superiorità, sicuramente  genetica, del funzionario.

Ma la Fraccaldini è persuasa che “funzionario” equivalga a “dirigente”, ruolo che ella non ha, che non ha mai vissuto, sen non allagata di bile dentro la sua frustrazione, ormai in zona epatica,  a cui  non potrebbe aspirare, contando esclusivamente sulle proprie possibilità cognitive e professionali.

 

I dirigenti, quelli veri,  dell’Ordine Provinciale, si erano rivolti a me perché nuove norme imponevano  una particolare contabilità, la stessa adottata dagli enti pubblici. E bisognava anche dotarsi di un relativo “regolamento di amministrazione” che individuasse e disciplinasse le nuove funzioni, ne scandisse le procedure, e via dicendo.

 Ai motivi normativi e di legge che consigliavano di introdurre nell’ente un occhio  esperto in amministrazione e contabilità, scoprii più in là, si univa il sospetto, se non la certezza,  che la Fraccaldini avesse sottratto fondi dalle casse dell’ente qualche tempo prima. Infatti, nel bilancio dell’anno precedente che dovetti esaminare con cura per impostare il nuovo lavoro, scoprii un debito di 20.000.000 di vecchie lire  della Fraccaldini verso l’ente. In verità, esso si vestiva in bilancio con l’abito del  prestito concesso alla dipendente, affinché coprisse quell’ammanco di cassa che affiorò nel mese di agosto del 1999. Tutto si scoprì a seguito di un raffronto,  fra  le risorse  liquide e le quote versate dagli iscritti. Fu allora che comparve     d’improvviso   l’ammanco di circa 20.000.000. Invece di denunciare l’accaduto, e contestare alla Fracccaldini le proprie responsabilità, i dirigenti pensarono bene di chiudere la faccenda con il prestito, che di fatto  finanziava la  copertura dell’ammanco,   ridando ai conti una parvenza di regolarità, un abitino semiserio niente male. 

Lei sapeva che io sapevo. Ma la sua arroganza, fermamente ancorata alla certezza che nessuno della dirigenza, per motivi che non sono mai riuscito a comprendere, le avrebbe mai torto un capello, le consentì un atteggiamento spavaldo e menefreghista . Per questo trasudava di quella strana forza che si alimenta mungendo la debolezza di altri, e su quella debolezza ci si pavoneggia. Mi apparve quindi tanto normale quanto mediocre – posto che a quel tempo, a causa di seri problemi caratteriali, miei personali,  con affondi in un’incontenibile supponenza, usavo indifferentemente i termini “normale” e “mediocre”, tanto nell’atto di recepire quanto in quello di produrre comunicazione – che nel suo comportamento fosse costantemente impresso il cipiglio  d’una rivendicazione e di una avvertenza, quasi avesse un cartello a caratteri cubitali appeso al collo: io sono la dipendente e funzionaria, tu un consulente. io faccio parte della struttura e  tu devi starne fuori ed attendere  i miei comodi.

Va bene attendo.

Intanto sistemo la prima parte del bilancio, quella delle entrate. Ho tutti gli elementi che mi occorrono. Si tratta, in buona sostanza, di riprendere il bilancio preventivo elaborato l’anno scorso, di confrontarlo con il consuntivo provvisorio tirato al 30 di ottobre,  rimarcare gli scostamenti ai singoli capitoli  di ed annotarli. Devo poi aggiungere le proiezioni d’entrata dell’ultimo bimestre, così da rendere omogenei e comparabili i dati a confronto tra consuntivo e preventivo. Il tutto costituirà la base di previsione per il prossimo esercizio.

 

La serenità d’animo, quando un emotivo come me tratta di numeri e cifre di bilancio, è indispensabile. Qualche tempo fa mi capitò di perdermi in una storia come non succedeva  da anni. Una partecipazione viscerale che avevo quasi dimenticato. Smarrii i confini  di quel rapporto, ed i conti d’entrata andarono in tilt, proprio  quando non riuscivo a comprendere cosa ci unisse con Alessandra. Cosa la tenesse da me ad una distanza che più di tanto non riuscivo ad accorciare, ma che neppure sapevo allungare. Dovetti ricorrere ad una strategia contabile per risistemare le cose in qualche modo nei conti. Con Alessandra, invece, non seppi usare strategie, come non ne avevo mai utilizzate  nei confronti delle donne. Mi persi in lei, profondamente. 

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