23 dicembre 2008

Cara P

a me dispiace ma temo che si vada verso la strada in qualche modo indicata nella mia polemica d'esordio. Credo che l'associazione debba lavorare innanzi tutto sul territorio, nelle cose concrete e comunicarsi con i fatti. La parola deve raccontare la realtà, non adulterarla nè esaltarla. Se siamo dove siamo sul piano sociale, economico, culturale, ecc, se la furbizia ha drogato ogni attività umana e una giusta competizione fra persone, è perché la comunicazione d'ogni genere ha ingoiato la realtà e ne ha partorita una falsa. Ora, se è sicuramente necessario, auspicabile, improrogabile bisogno dell'associazione stabilire un proficuo rapporto con le istituzioni (comune, regione, ecc), questo va però intrecciato per via istituzionale, senza percorrere vie traverse. Se l’assessore di competenza M è sorda o pigra, l’associazione dovrebbe insistere con tutti i mezzi istituzionali a disposizione e con le forme della cittadinanza attiva, non rivolgendosi ad un altro assessore solo perché è una brava persona e la si conosce personalmente. Soprattutto è necessario presentarsi per quel che si è e solo dopo aver davvero radicato la propria presenza sul territorio. La mia idea, di lavorare con seminari dentro scuole e parrocchie, va in quella direzione. L’urgenza di avere una sede propria e fondi necessari alla gestione dell’associazione non può corrompere quel principio che deve contraddistingue un’impresa sociale dalle altre, soprattutto per due motivi.

Primo, perché le scorciatoie istituzionali e politiche , anche quando siano motivate da obiettivi sociali, correggono (quando ci riescono) la cattiva amministrazione con interventi di favore anziché metodologici: sul piano procedurale e di merito non abbiamo contribuito a migliorare alcunché (la pigrizia della M, ad esempio) ma solo ad ottenere un nostro privato risultato.

Secondo, perché in questo modo il sistema istituzionale ufficiale resta obsoleto ed incancrenisce, mentre dà frutti il rapporto privatistico tra gli esponenti della politica con la società civile. In sintesi, si scrivono interi tomi di procedura amministrativa per poi risolvere i rapporti istituzionali con l’influenza personale o politica. E’ sbagliato, pericoloso, stupido.

In ultimo, il rapporto tra comunicazione e realtà deve tornare ad essere quanto più vero possibile per le ragioni già dette. Comunicare se stessi esaltando, fin quasi ad adulterarle, doti e qualità possedute, può anche produrre vantaggi a breve ma corrompe il rapporto con la realtà e propone un’entità (associazione nel nostro caso) che vive dentro un’immagine in modo molto diverso di come essa viva concretamente sul territorio. 

Stabilire che tutte le ore di volontariato (sportello) fanno parte di un monte ore “movimentato” dall’associazione sul territorio e proporsi per una convenzione con le istituzioni, scambiandole con una sovvenzione in denaro od altro , vuol dire , a mio parere, cedere fumo in cambio di soldi o servizi. Altro sarebbe poter dimostrare di aver promosso un considerevole numero di attività e di ore – fra singoli e di gruppo – tali da mostrare realmente il proprio proficuo lavoro sul quartiere, qualificato dagli interventi di carattere sociale e formativi. Queste, cara P, sono le cose che mi hanno attratto della bdt, motivo per cui mi sono avvicinato con entusiasmo. 

Forse mi sbaglio, ma a me pare – è questo il nocciolo della discussione avuta con N – che si prediliga la comunicazione e la presentazione di sé (associazione) persuasi che l’immagine di sé possa davvero sostituire il sé reale. Io sostengo, invece, che è necessario comunicare sempre il sé reale e che l’immagine comunicata debba rispettarne la crescita, l’evoluzione, la maturazione, non anticiparle, e neppure amplificarne i contenuti. Non è solo una questione di correttezza ma si tratta d’una sana igiene della comunicazione che, come ho accennato, è il cancro che corrode tutti i sistemi , da quelli istituzionali a quelli economici e politici fino a scaricarsi ora sulla testa della gente comune che paga e neppure immagina da dove arrivi tutto questo fetore dal nome “crisi”.

Anche io mi affeziono, cara P, ed è con grande dispiacere che rinuncio a questa serata.

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