Come uscire dalla crisi

Come uscire dalla crisi

Probabilmente il vero progetto Emiliano (sindaco di Bari) sta nella sua idea antropologica della popolazione barese. La grandeur provinciale del sindaco è arcinota e si manifestò già agli esordi del suo mandato declinandosi nella visione megagalattica della città. Un simbolo  che  ricordiamo senza alcuna nostalgia, piantato in mezzo al mare a civettare col sud del sud, a manifestare così la propria retorica   fratellanza  meridionalista: Le “bandiere d’acqua” . Retribuito l’architetto e pagati i lavori, oggi ammainate restituiscono finalmente lo sguardo integro sull’orizzonte, dopo un paio d’anni di tristissima rappresentazione d’un provincialismo tutto nostrano. Città metropolitana, piano strategico, attrarre investimenti (cemento) e così via.  In quel progetto il barese d’oc, quello che non fa differenziata, quello che parcheggia in doppia fila, quello che alza la voce anche quando dorme, quello che dall’uscio di casa mia  in poi è territorio di nessuno, quello tracciato  dal fetore della  sua “impronta ecologica”  che puoi individuare seguendo il sudiciume della sua scia. Quello  un po’ incivile – è vero – è da rinchiudere nelle vaste periferie nuove di zecca, adornate da quattro cespugli ed una pista ciclabile che vi gira attorno, simbolo di slittamenti semantici progressivi incarnati qui nella “riqualificazione urbana” ma in verità  espressione sintetica di reprimenda sociale e ghettizzazione soft.

La città così ripulita dall’incivile indigeno si offre nuda e linda al barbaro del nord  – ma anche all’imprenditore edile locale, ce n’è per tutti, vuoi mai? – che arriverà all’appuntamento fissato  ormai da un decennio, col suo carico di capitale da investire, frutto delle più invereconde, odiose speculazioni finanziarie che hanno ridotto alla fame popolazioni intere, dell’economia clandestina da  riciclare ed imbellettare in attività “lecite”.

Emiliano non è particolarmente colpevole in tutto questo, egli stesso è vittima di una visione  strategica  dello sviluppo cieca e mortifera. La sintesi di questa sciagura è ahimè dura come il cemento ritenuto dai più volano della ricrescita dissennata e dello sviluppo. La politica è l’impiegato della speculazione finanziaria e delle attività illecite, entrambe  in attesa che la stagnazione economica sturi in modo che i capitali accumulati da quelle nobili attività possano ricollocarsi in un nuovo stepche a conclusione produrrà ancora povertà, distribuzione piramidale della ricchezza, concentrazione delle risorse nelle mani di quattro gatti che in modo sempre più imperiale potranno governare ciò che resterà di questo mondo al collasso.  Nel suo ciclo (cerchio?) infernale il sistema  avrà succhiato il lavoro sempre meno retribuito e  protetto di milioni  di uomini, offerto al prezzo della schiavitù moderna come essa si appresta nelle riforme del mercato del lavoro in quasi tutti i paesi europei.  Sullo sfondo il lamento straziato  del soggetto più debole di questa catena di relazioni manifesta la sua agonia in modo scomposto, come può  un corpo compresso, con un’inondazione qua e là (ma figuriamoci!), un terremoto ogni tanto (che sarà mai?), uno tsunami senza preavviso ( ah sì?), una bufera che tanto passerà.

Nel  saggio sull’opera di A. Speer “memorie del terzo Reich” – Mondadori, Milano 1971 –  dal titolo  “Hitler secondo Speer” (in “La coscienza delle parole” – biblioteca Adelphi 141 – ed. Adelphi, Milano 1984 , pagg. 239/274)  ,   Elias Canetti  mette in guardia dalla interpretazione a dir poco buonista sotto il profilo simbolico  dell’opera napoleonica progettata da Hitler. Così Canetti introduce l’analisi: “ In primo luogo è evidente – Speer stesso lo sottolinea – il parallelismo tra costruzione e distruzione. I progetti per la nuova Berlino hanno origine in tempo di pace. Il loro compimento è previsto per il 1950….nello stesso tempo si stava progettando la conquista del mondo” ed ancora “Gli edifici di Hitler sono destinati ad attrarre e a contenere le più grandi masse possibili. Mediante la creazione di tali masse egli è riuscito a ottenere il potere, ma sa con quanta facilità le grandi masse tendano a dissolversi”.  Infine  “In enormi piazze, tanto grandi che difficilmente si possono riempire, si dà alla massa la possibilità di crescere: la massa resta aperta. L’entusiasmo della massa, questo a Hitler importa soprattutto, aumenta con la sua crescita. Tutto ciò che altrimenti serve alla formazione di tali masse: bandiere, musica, unità in marcia che fungono da cristalli di massa, ma in particolare la lunga attesa dell’apparizione del personaggio principale – tutto ciò è ben noto a lui e ai suoi aiutanti”.

 

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