Parliamo della persona

Parliamo della persona, dei titoli e della sua identità.  Dire “Sono un salumiere”, “sono uno studente”, “sono un avvocato” è identificare  la persona con la sua professione. E questo mi pare già un punto di declino rispetto al significato di “persona”. Dovremmo rifarci al rapporto persona/lavoro per smascherare il progressivo slittamento semantico ( Hannah Arendt – “Vita activa”) che ha finito col rinchiudere  la persona nell’ambito asfittico di una professione. Naturalmente ci sarebbe poi da sottolineare come il risultato di questo progressivo impoverimento (del linguaggio e della persona) non è affatto democratico, nel senso che non tutte le professioni o i mestieri sono trattati alla stessa maniera sia  sul versante sociologico che  su quello linguistico. I titoli di studio e professionali vengono spesso utilizzati per marcare una distanza dagli altri e dai mestieri, più che una differenza. Una specie di superiorità socio/culturale del tutto gratuita  sotto il profilo linguistico e sociologico.  C’è come un retaggio medievale che appalesa  una nostalgia nobilistica    sfociata nel “titolo” che innalza l’individuo nella gerarchia sociale  ed è  molto più gratificante del denaro in sé. Attorno a questo desiderio di distinzione s’è mossa tutta la macchina sociale sin dagli esordi della Repubblica. Su quel desiderio   si è fondata anche  la macchina del mercato,  sul punto del consumo (sociologia del marketing), su quello della produzione (sociologia del lavoro). Quest’ultimo  ha privilegiato, di conseguenza, le professioni più ambite e ne ha decretato non solo il prestigio sociale ma anche quello economico. Questa perversa combinazione produzione/consumo ha la stessa anima: desiderio di distinzione. Sia le strategie di mercato (consumo) che  l’organizzazione sociale e aziendale del lavoro (produzione) hanno messo le mani sull’anima della persona (desiderio) veicolandola verso una promessa di felicità. Il naturale desiderio di distinzione originario “io sono diverso da te” si è tradotto prima linguisticamente (slittamento semantico) poi sociologicamente (gerarchia sociale) in “io sono migliore di te”.  La conseguenza sul piano logico sta nella rincorsa di tutti  ad essere considerati migliori degli altri. E chi si afferma in una professione è felicissimo di poter rinchiudere tutta la propria persona in un titolo perché questo assicura “l’intera persona” (e non soltanto la sua professione)  nell’ambito sociale e morale costituito da “distanza” e “distinzione” rispetto agli altri vissuti come chi “sta dietro”. Questo percorso linguistico e sociologico  ha trascinato anche chi avrebbe dovuto in qualche modo resistere alla deriva omologante del titolo scambiato col  valore della persona. Un appiattimento pauroso di un valore (persona)   semantico, sociologico, immutabile nel suo assetto normativo naturale cui discende una tutela di diritti gerarchicamente sovraordinati a tutti gli altri,   su quello contingente, limitato, economico (titolo/professione) cui i mestieri, il calzolaio, l’idraulico, l’imbianchino non si sono opposti pretendendo il legittimo distinguo tra ciò che è persona e ciò che è professione/mestiere. Un fiume ideologico che ha trascinato tutto verso l’impoverimento a valore di merce su cui si è attestato assieme alla professione ed al mestiere la stessa persona.

Se oggi è possibile misurare ogni cosa con ciò che misura le merci ed il lavoro e lo stesso essere umano,  se non c’è eccezione per i valori insopprimibili, inalienabili e neppure quantificabili  connessi alla persona, alla sacralità della sua vita , non fa neppure stupore che l’esistenza  concreta di milioni di persone dipendano da astrazioni virtuali quali sono i coefficienti finanziari che ormai misurano e comandano la sovranità degli stati e le prerogative della cittadinanza su cui questi  fondano. Le democrazie nascono perché ci sono le persone non perché le hanno volute i mercati. Se un sistema sociale ed economico nel suo evolversi muta i termini di legittimità su cui esso si fonda fino a sovvertirne gli scopi originari, esso ha fallito e va assoggettato a revisione e non può pretendere di scrivere le regole di convivenza delle persone e le politiche sociali degli stati  che le rappresentano.  Riprendiamoci il linguaggio perché dentro c’è  la nostra anima.

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