Diaz ed altre storie

Il processo Diaz è giunto in Cassazione dopo undici anni da quel triste 11 giugno del 2001. Molti reati sono ormai prescritti ma la Procura sembra voglia contestare il reato di “tortura” anche se il nostro ordinamento non lo contempla, grazie alla ferma opposizione soprattutto della Lega Nord in Parlamento. L’intenzione del Procuratore Generale Pietro Gaeta, pare sia quella di ricorrere successivamente alla C.E.D.U. di Strasburgo.

Ricorderemo quel giorno come fra i più infami della storia della Repubblica. Esponenti delle forze dell’ordine, con spavalda viltà, consumavano la bestialità della violenza contro cittadini inermi. Il paragone con  Auschwitz o con Guantanamo  parrà esagerato ma il caso consente  un eccesso semantico che mai potrà pareggiare l’eccesso disumano consumato in quell’episodio.

A volte mi assalgono impertinenti associazioni,  strampalate, quanto mai inopportune in una D. r. l. (Democrazia a responsabilità limitata) incardinata sostanzialmente  nel tessuto politico-istituzionale. Le  conseguenti ricadute su quello giudiziario sono e furono inevitabili, per l’impossibilità di individuare e punire gli autori degli orrori più infami perpetrati contro il  popolo italiano, le persone fisiche, i fondamentali principi costituzionali della Repubblica. Penso alle stragi di p.zza Fontana, p.zza della Loggia, Italicus.

Penso al rapimento ed all’uccisione di Moro e della sua scorta,  alla prescrizione del reato di associazione mafiosa per Andreotti,   alle stragi di Capaci e via D’Amelio. Associazioni inopportune, le mie,  perché inutili ed irriverenti verso il  sistema di connivenza, di  corruttela  diffusa e di illegalità che ha talmente permeato il tessuto sociale ed istituzionale  da rendere superfluo l’intervento  del politico influente o del nome altisonante per depistare delicatissime indagini o creare intoppi procedurali. E’ sufficiente la “svista” o l'”errore” apparentemente innocuo di un messo di cancelleria, acquiescente, palesemente o velatamente minacciato, per far saltare in aria la macchina della giustizia, oltre dieci anni di processo.

E penso anche ai due Marò salutati da gran parte dell’opinione pubblica e dallo stesso Capo dello Stato, come fossero vittime innocenti d’un inaudito sopruso. Per loro mano, pare accertato, due pescatori hanno perso la vita. I Marò hanno sparato e li hanno uccisi. Io questo ho capito. Se  è giusto invocare tutele procedurali non mi sembra il caso di accoglierli con canti, balli ed encomi istituzionali. Anche per non dare l’idea di conoscere  in anticipo una sentenza assolutoria quando il processo non è neppure iniziato.

Tanta solerzia e disponibilità istituzionale non si vide nel caso di Ilaria Alpi, ad esempio. Anzi, ritardi e depistaggi ( http://www.odg.mi.it/node/30516 ) allineano la vicenda Alpi negli affari oscuri di questa Repubblica, tra le narrazioni grigie e buie, consumate nel brodo culturale d’un sistema corrotto che riesce sempre a compattarsi grazie ai mille piccoli ricatti incrociati che tutti o quasi, possono brandire come falce minacciosa contro  tutti. O quasi tutti.

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