Il lavoro tra diritto e relazione. Tra Massimo Fini ed Elsa Fornero

Al di là delle sue forme remunerative mutate nel tempo, il lavoro è innanzitutto relazione con l’altro. Per questo se ne occupa Marx, attento alle derive alienanti che vorrebbero snaturarlo nell’eccesso mercificante.  Massimo Fini, nel suo articolo,  per  carenza di complessità azzarda una  sintesi storica impropria quando incapsula il lavoro tra marxismo e capitalismo, associandolo a complicanze di natura religiosa, quasi  si trattasse d’una malattia già grave in sè e, a causa di queste, divenuta inguaribile. Basterebbe ricordare i marxisti francofortesi, tra i quali Marcuse ipotizza una società fondata sul “gioco”, quasi completamente automatizzata che renderà l’uomo libero “dal” lavoro. Ecco, non è Gandhi che parla ma Marcuse, marxista, hegeliano di sinistra. Ma cosa fa Fini? mischia le carte , spariglia i giochi ed oppone al lavoro postindustriale , condensato della fitta relazione tra gli uomini, scoppiata proprio grazie alle infinite attività umane nate per soddisfare infiniti bisogni,  un modello monocellulare, fatto di lavoratori autonomi che mentre aspirano all’assoluta autosufficienza sottraggono a sè e agli altri il valore intimo che il lavoro conserva, il meno osservato ed il più malpagato: la relazione con l’altro. La Costituzione italiana è sicuramente un compromesso politico e valoriale per tanti aspetti. Ma sul tema del lavoro si legge l’assoluta convinzione della tutela  d’una relazione sociale ed  umana, tanto sul versante marxista quanto su quello cattolico-cristiano. Non fu compromesso ma valore comune fondare la Repubblica su lavoro. Se oggi esso è diventato schiavitù per molti, il motivo va ricercato nel mutamento semantico del concetto “relazione umana”. E’ questo scadimento che lo consegna quasi esclusivamente a valutazioni di carattere economico dove Fini e la ministro Severino, non proprio primati di genere, possono consentirsi di scrivere e dire su organi di stampa e dall’alto di questa stessa Repubblica che in parte dichiarano di ripudiare, che il lavoro – ed assieme la salute, una casa, una famiglia, una vita dignitosa – non sono diritti ma … Ma cosa sarebbero? Concetti astratti, postulati retorici, cosa? Per essere ancor più chiari, proprio grazie a ciò che molti hanno salutato come epoca “leggera” post-industriale, il lavoro si è sganciato dalla relazione con l’altro e la stessa interdipendenza classica lavoratore-imprenditore, si è dissolta in una specie di mortifero autismo, nella peggiore interpretazione della libertà che la storia abbia mai concepito. Lì s’inaugura la dittatura della finanza e la tomba della economia reale. Un sistema di misurazione, mero strumento nell’era industriale, la finanza, diventa signore assoluto e misura d’ogni altro vaore al quale tutti i sistemi – legali, istituzionali, costituzionali, economici, morali, etici, ambientali, umani – devono asservirsi . Nasce la dittatura del postmoderno. Tra illusione e comunicazione il lavoro si fa schiavitù, grazie anche a chi con la sua miopia un po’ pretenziosa non riesce a cogliere in esso quel senso che sempre più debolmente ma ancora pazientemente riesce a tenere gli uomini per mano.

Nei villaggi turistici concepiti da esperti psicologi per l’esaltazione dell’immaginifico, non si lavora, si è assolutamente autonomi e la partecipazione non è mai coattiva.  Gli “ospiti”  non collaborano e non competono (sintesi degli atteggiamenti umani possibili nella realtà)  ma tutto è loro   fornito come in un sogno. Basta chiedere. A volte è sufficiente solo  desiderare.  Chiusi nel loro desiderio le persone diventano atomi indipendenti ed autonomi. Psicologicamente defunte.

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