Partecipare o morire

Ora che il “pareggio di bilancio” è obbligo di rilevanza costituzionale per tutti  gli stati europei; ora che il “fiscal compact” detta ai paesi membri impegni inderogabili e sanzionabili; ora che l’architettura amministrativa italiana è stata semplificata in   43 Province e   10 città metropolitane; ora che si sono riformati il mercato del lavoro ed il regime pensionistico; ora che si   impoveriscono  salari, stipendi, pensioni e tutele. Ora che le la riduzione imposta alla spesa sanitaria obbliga le Regioni ad un drastico taglio di presidi sanitari e posti letto, ora avremmo gli strumenti per immaginare quale futuro ci attende. Ma il condizionale s’impone  rigorosamente. Parremmo distratti se non considerassimo almeno un altro paio di elementi per completare il quadro, sia pure provvisoriamente, ed annotare che mai il provvisorio fu così costante come in quest’epoca. Un ossimoro

Ora, in modo rigorosamente provvisorio, possiamo azzardare qualche ottimistica previsione. I provvedimenti citati hanno alimentato ricchissimi dibattiti sui mezzi di informazione. Quasi sempre trattati esclusivamente nel merito e quasi mai la discussione pubblica ha proposto una visione d’insieme tale da porre i cittadini  in condizioni di valutare  le reali conseguenze che a breve precipiteranno nella loro vita quotidiana, familiare, relazionale, sanitaria, oltre che economica e finanziaria. Andiamo per ordine.

1)    Il pareggio di bilancio obbliga lo Stato a spendere non più di ciò che incassa. Questa è già cessione di una considerevole quota di sovranità poiché significa che organismi sovranazionali decidono sul  welfare e di tutti i servizi pubblici di uno stato membro. Decidono, in buona sostanza, come deve organizzarsi la vita, non solo politico-economica, ma soprattutto sociale di una popolazione.  Istruzione, sanità, trasporto pubblico, giustizia, trattamenti previdenziali, ammortizzatori sociali, devono sostenersi con le entrate, salvo gravi ed eccezionali eventi naturali o congiunturali di natura economica (crisi). La  politica Keynesiana, il Welfare State, il concetto di “debito pubblico” col suo rilevante connotato sociale, inteso come investimento nel futuro di una nazione, nelle giovani generazioni, quello   che ha risollevato l’Europa dalla spaventosa crisi sistemica del ’29, dalle sanguinose guerre del novecento,  va in pensione. Tutto invecchia in fretta in quest’epoca, tranne il ridicolo di occhialini colorati su facce di cera e stampelle al silicone che reggono varici in pressione mal celate sotto larghi pantaloni di lino bianco. Esso cede il passo alla miseria semantica dall’aspetto schizzinoso di “debito sovrano”, dove l’espressione contrattualistica soverchia e seppellisce definitivamente l’impegno etico-morale di un popolo con se stesso,  tra padri e figli. Ora i protagonisti non sono più le persone, i cittadini ma gli Stati. Il debito sovrano sta ad indicare l’impegno di uno Stato verso l’altro, e, per timore che l’ultimo creditore resti col cerino acceso fra le mani, si sciolgono i vincoli sociali fra persone e si irrigidiscono le misure contrattuali fra gli Stati. Le persone spariscono dall’universo economico-normativo quali  depositari di prerogative che possano  decidere  su come organizzare la propria vita sociale  ma  vi rimangono   al pari di  soggetti marginali e  passivi, esecutori o destinatari di norme imperiali.

2)    Il “fiscal compact” (patto fiscale fra gli stati UE),  è il Trattato,  lo strumento normativo-procedurale con cui il Consiglio europeo, con la collaborazione della Commissione, della BCE e del Vertice Euro, controllerà (controlla!) la spesa dei paesi membri e proporrà sanzioni di carattere economico attraverso la propria istituzione  “Semestre europeo”. Non si tratta soltanto, come spesso si legge, di norme che stabiliscono le condizioni per l’accesso ai prestiti BCE ma esse rappresentano inderogabili vincoli di bilancio. Qui si sostanzia la revisione del trattato di Maastricht richiesta dal Governatore della BCE Mario Draghi nel 2011. Il deficit nazionale non potrà superare lo 0,5% del PIL (Maastricht prevedeva il 3%), mentre il debito sovrano non potrà eccedere il 60% del PIL (norma già prevista da Maastricht). La novità sta nell’obbligo di recupero del  debito eccedente in cinque anni ( 20% annuo) . Ciò significa che l’Italia, dal prossimo anno, dovrà rientrare di ben 47 miliardi l’anno – che vale una manovra –  per cinque anni (3%/PIL) e tutto questo proprio mentre è già impegnata a contenere contiene il  deficit entro lo 0,5%/PIL. Un duplice attacco alla spesa pubblica, ai servizi.  Se questi limiti vengono superati, i governi passano sostanzialmente sotto tutela delle istituzioni UE e BCE che decidono i piani di rientro (politiche economiche e riforme strutturali) e l’eventuale  deferimento  alla Corte di Giustizia europea, organo che dovrà adottare le relative sanzioni, fino all’espulsione dalla UE. Infine, tali limiti coinvolgono direttamente  gli enti pubblici territoriali attraverso l’istituto “patto di stabilità interna”. Dunque, tutta l’attività amministrativa pubblica è di fatto già decisa da queste norme sotto la supervisione degli organismi europei. Lo stato membro è un po’ come un minore sotto tutela. Ecco perché chi spinge per un’Europa politicamente unita, pensa a nient’alto che ad un coerente atto politico di ratifica di ciò che economicamente e giuridicamente è stato già stabilito: Regole per agevolare la circolazione delle merci e dei capitali senza il consenso del popolo europeo. Più che a una Costituzione europea costoro pensano ad un editto da promulgare con urgenza.

3)    Riorganizzazione dell’architettura amministrativa degli enti locali in   43 Province e   10 città metropolitane; . Una riforma che è parte della “Revisione della spesa” messa a punto di recente dal Ministro Grilli. Viene salutata come un considerevole risparmio e prevede il taglio di circa 54.000 poltrone. Valuteremo a regime l’effettivo risparmio di denaro pubblico, preoccupati che per i soliti intrecci politico-clientelari le cose possano andare diversamente e produrre inutili e costose duplicazioni istituzionali e contenitori amministrativi vuoti.Dopo aver sottolineato i caratteri positivi del risparmio di spesa, è adesso il caso di soffermarsi su alcune  considerazioni. Le province che contengono anche le “città metropolitane” sono necessariamente destinate a sparire o a dividersi le deleghe  con queste ultime, stante la sovrapposizione territoriale dei due enti.  Importa qui enucleare ed analizzare la drastica semplificazione delle procedure di rappresentanza che, assieme alla concentrazione di maggiori poteri nelle mani di organismi più ristretti (si prevede un considerevole aumento delle deleghe su materie cui deliberare senza limiti di spesa, se non quelli previsti dai vincoli di bilancio appena esposti), rappresenta  una vera strozzatura dei processi democratici. In materia di trasporto come su quella edificatoria e sui servizi in genere, un numero ristretto di persone deciderà in rappresentanza (?) di una popolazione in media decuplicata. Il volume d’affari da gestire per le amministrazioni sarà enorme in rapporto al ristretto numero di consiglieri ed assessori. Dall’altra parte troveremo aziende sempre più consociate con dimensioni economiche colossali di respiro  transazionale che mentre soffocano ogni possibilità di concorrenza dell’imprenditoria locale (le piccole e medie diventeranno ancor più vassalli-subappaltatori dei colossi economici), sfuggono a qualsiasi efficace controllo di legittimità, vuoi per le plausibili infiltrazioni mafiose che per la facilità di riciclaggio di proventi illeciti. Questi due elementi interconnessi – pochi funzionari con enorme potere su vasti territori e poche grosse aziende internazionali –  legittimano il sospetto d’un potenziale aggravarsi della corruzione e della concussione. Si sta coltivando l’humus amministrativo-economico endemicamente repellente alla politica come vocazione e tutela del bene pubblico  e catalizzatore di interessi privati d’ogni genere, di parte economica come di quella amministrativa.

Se connettiamo queste considerazioni alle altre  due recenti vicende, quella della decisione  la Consulta sul’illegittimità costituzionale della privatizzazione dei servizi pubblici e della incapienza dell’IMU rispetto alle previsioni, per cui   molti comuni rischiano addirittura il default, dobbiamo chiederci  quale sarà la fonte da cui verranno finanziati i servizi di regioni, province e città metropolitane.  La desolante risposta sta nella  cementificazione e nell’aggressione al territorio. E’ dunque necessario vigilare perché è lì che gli enti territoriali punteranno per risolvere i problemi di bilancio, invece che tagliare progetti  propagandistici e costosissime  consulenze inutili per la cittadinanza ma strumenti utilissimi per raccattare consensi, soprattutto  fra la “società civile” . Questo il meccanismo ormai in uso un po’dalla politica ormai dappertutto: finanzio qualche progetto dell’associazionismo colorato d’un vago ambientalismo, per poi captarne il consenso sui progetti edificatori, di cementificazione ed aggressione al territorio, così posso sostenere che il progetto ha il benestare della cittadinanza. Essi vengono  spesso promossi con la formula del Project Financing , in cui il privato appare quasi un benefattore mentre si dismette per quattro soldi la proprietà pubblica ma soprattutto si concedono diritti edificatori su aree fino al giorno prima protette o inedificabili. La cementificazione sta crescendo in modo insopportabile per la tenuta geo-fisica del territorio, oltre che per l’inquinamento indotto dalla realizzazione e dall’uso di nuovi manufatti e dalla conseguente concentrazione della popolazione nelle città sempre più “metropolitane”  e sempre più insostenibili sotto il profilo economico/sociale (costano molto, sprecano risorse e si vive male), ambientalistico (si distrugge energia e territorio, si produce co2, polveri sottili e veleni in eccesso; si distrugge terreno agricolo. Si distrugge cultura indigena, si concentra aggressività e attività criminose, ecc.).

Per concludere, occorre riflettere sulla strada imboccata  ma soprattutto  sulla impostura linguistica  prodotta dalla macchina propagandistica che continua a mistificare la realtà. Si sta costruendo una specie di lager dal quale sarà difficile uscire se non in posizione orizzontale. L’alternativa è vincere ritrosia e ignoranza,   partecipare attivamente in ogni angolo ancora vivo della democrazia.

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