Cambiamento e mistificazione

Qualcosa sta cambiando. Ed in peggio.  Cerco sempre una visione d’insieme delle cose, quanto più complessa possibile, anche se poi rischio di perdermi in uno fragoroso sbadiglio. Ma è un esercizio indispensabile per tentare di capire.

La ricchezza si concentra, gli stati devono rivedere politiche economiche,  monetarie  e fiscali perché gran parte delle popolazioni si impoveriscono e l’economia reale registra flessione  di domanda sui beni a largo consumo sul  target popolare. Mentre va bene la vendita di generi lussuosi e  voluttuari . Ad esempio,  la Ferrari aumenta  il fatturato dove la Fiat è praticamente in liquidazione. Le vacanze  “in” e “vip” si fanno sempre più lunghe e lussuose , ed il “mordi  e fuggi” sempre  più contratti  fino a dissolversi.

La concentrazione della ricchezza, così come si va realizzando,  è incompatibile con la democrazia perchè in pochi decidono le sorti di tutti. Non si tratta dei normali meccanismi di democrazia rappresentativa (già forma gravemente imperfetta) ma di una strozzatura della rappresentanza con l’alterazione dei meccanismi istituzionali. I governi tecnici ed il mandato loro assegnato (dal mercato per mezzo dei parlamenti) eseguono i programmi di ristrutturazione degli assetti democratici perché così come essi furono concepiti nelle costituzioni europee del dopoguerra, contemplano ancora forme di protezione sociale e non consentono politiche a sostegno di una simile concentrazione di ricchezza. Concentrazione che la nostra Costituzione ritiene    incompatibile –  per il grave potenziale antisociale in essa racchiuso – con uno stato democratico fondato sul lavoro e sulla solidarietà.  I governi Tecnici lavorano per conto di quel 1% ed in nome dei popoli (99%) . Un mandato di rappresentanza che neppure la più liberista legislazione avrebbe il pudore di ospitare nel proprio codice civile.  Come può essere illecita in campo civilistico la concentrazione in forma di “cartelli e trust”, ad esempio,  mentre gli stati nazionali e la stessa Europa promuovono con rinnovati vigore e convinzione la concentrazione politica ed economica nelle istituzioni pubbliche? Nei prossimi mesi potremmo leggere nei manuali di diritto pubblico e costituzionale il paradosso, un liberismo di ultima generazione (quello istituzionale) che sorpassa per penetrazione sociale e disinvoltura normativa persino quello privatistico, moderato dalle norme  civilistiche.

Dunque, invito a leggere tutto quanto   va accadendo  con questa lente. Forse ci si accorgerà anche che  riforme salutate dai più come ottimi provvedimenti di risparmio di spesa pubblica, in verità sono tasselli di quella più generale strategia che inaugura la nuova epoca politica ed economica fondata su istituzioni “leggere”, dove pochi uomini decidono su molte cose, su territori sempre più larghi, in materie sempre più vaste e con poteri e deleghe rafforzati. Ciò accade in Europa con la richiesta  di cessione di sovranità agli stati nazionali per consentire la formazione di istituzioni europee più decisioniste ma meno rappresentative dei popoli e dei diffusi bisogni delle persone. Accade in Italia, sul fronte delle istituzioni centrali, con la richiesta del presidenzialismo e del  rafforzamento  dei poteri del presidente Consiglio, assieme ad un ridimensionamento del numero e delle funzioni dei parlamentari.  Un simile assetto sposterebbe  gran parte della funzione  legiferatrice  in materia economica dal Parlamento al Governo, al Presidente del Consiglio, al Presidente della Repubblica. Accade nelle istituzioni territoriali con le “città metropolitane”, in cui dieci persone decideranno  su materie  più ampie,  in territori più vasti e con deleghe più numerose, dove oggi sono chiamati ad esprimersi cento  consiglieri. Si apprezza solo ed esclusivamente il risparmio di spesa (ammesso che ci sia davvero)  ma in pochi notano lo scadimento di processi democratici e l’alterazione dei meccanismi di rappresentanza.

Serve dunque uno sforzo partecipativo affinché l’istanza della cittadinanza in materia di lavoro, ambiente, istruzione, protezione  sociale e di generale welfare, non resti subalterna alla ristrutturazione istituzionale degli stati che sembra perseguire l’unico obiettivo del  risanamento economico/finanziario senza alcuna garanzia che questi, a loro volta, producano occupazione e benessere, attività remunerate con salari tali da consentire almeno “una vita dignitosa”,  così come la nostra Costituzione ancor oggi prevede all’art. 36.

Presto si dirà trattarsi di parole stantie e di  concetti superati da “contingenti esigenze di natura economica” , dai “tempi moderni”, da “superiori ragioni di pubblica utilità”, da “improrogabili ed urgenti motivi istituzionali” . O da qualsiasi altro pretesto mistificato nella banalità semantica altisonante di chi giustamente teme di apparire tanto retorico quanto impopolare.   

Dall’art.  36 della  Costituzione italiana.

“Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.

 

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