Inventarsi lo scontro tra generazioni ed un mestiere: il soccorritore

Da qualche anno è attivo sulla rete  un movimento di matrice generazionalista indicato dall’acronimo  TQ (Trenta/Quaranta). Esso  fonda il proprio statuto sulla rivendicazione di una generazione che che vive il disagio del presente a causa della spoliazione di beni e diritti operata da parte delle generazioni precedenti. Su questo punto le argomentazioni più diffuse nella matrice fondativa del movimento,  riguardano l’immobilismo dell’ascensore sociale, la crescente disoccupazione tra i giovani, il consumo di risorse operato dalla generazione precedente. Insomma, la crisi sistemica del presente viene letta nella chiave del tempo. Un tempo assai limitato, verrebbe da pensare, come  se la storia della umanità avesse debuttato intorno agli anni 70/80. Quasi a volerla esorcizzare :  Gli appartenenti al genere mostrano un’accresciuta capacità cranica rispetto agli altri ominidi (600 cm³ di H. abilis contro 450 cm³ di A. garhi), con tendenza a un ulteriore aumento durante l’evoluzione (1200 cm³ in H. heidelbergensis, vissuto 600.000 anni fa).”

Non si vuole qui ripercorrere sentieri evolutivi arcinoti e recuperabili con un click. E neppure chiedere conto della misura della capacità cranica di molti esponenti del “movimento” , poichè si intuisce dalla lettura dei loro pregiatissimi interventi essere persone preparate nei più svariati settori della conoscenza. Per questo stupisce l’ingenuità metodologica e l’approssimazione con cui danno per scontato che la loro sia (è?) la generazione più sfigata della storia della umanità. Da quando vogliamo incominciare a computare l’erosione delle risorse e del futuro? Da quando l’attività antropica è particolarmente responsabile del declino dell’ecosistema? Vogliamo indicare come termine iniziale l’industrializzazione, la fine dell’800? Alcuni dati scientifici sostengono questa tesi.

Dunque, il problema  pare mal  posto. Il presupposto rivendicativo pare sia la rottura d’un patto addebitabile ad una delle parti , cioè alle generazioni più anziane che avrebbero vissuto al di sopra delle loro possibilità in modo egoistico, senza alcuna considerazione dell’altra , del futuro, dei loro figli. In parte è vero. E’ vero in senso lato, non tanto in termini di debito pubblico che costringe alla generale contrazione del welfare ( qui il discorso diventerebbe complesso ma dico solo che senza corruzione ed evasione fiscale eccedenti la media europea, potremmo far conto che il nostro debito sarebbe ora circa il 60% del Pil, compatibile anche con le recenti severe norme europee, e, contemporaneamente, potremmo consentirci il migliore welfare d’Europa ed USA, da fare invidia finanche alla Germania ed alla Finlandia) quanto in riferimento alle risorse energetiche, alimentari, ecologiche, senza alcun rispetto della compatibilità ambientale. Su questo versante sarei più concorde nell’indicare una colpevole miopia generazionale. Ma dirò poi.  E’ ora necessario  aggiungere che fra le generazioni cui si vorrebbe accollare il carico di responsabilità, c’è quella degli anni 60/70 che in un paio di decenni ha saputo costruire una legislazione unica in Europa nel campo delle tutele dei diritti dei lavoratori, di cittadinanza, della salute, della maternità, delle donne lavoratrici. Si potrebbe essere più puntuali ma basti citare  lo statuto dei lavoratori, il sistema sanitario nazionale, le agevolazione sulla edilizia popolare, il trasporto e la scuola pubblica praticamente gratis. Dunque, grande tutela del lavoro, casa, salute, istruzione, mobilità . Furono conquiste importanti ed epocali, non certo destinate ad essere consumate dalla stessa generazione che le assunse. Mai come in quegli anni si guardava e si investiva nel futuro, senza togliere al passato neppure un centesimo. I  padri spesso si opposero alla ribellione ma poi ebbero solo benefici dalle conquiste dei figli: pensioni e stipendi più degni, condizioni di lavoro più umane,  agevolazioni sulla casa, una sanità più capillare sul territorio e di migliore qualità. Si era  orgogliosi dell’esito di quelle lotte che tenevano assieme padri, figli e  generazioni future. Lo scontro fra generazioni era sul piano morale, tra due diverse visioni della vita e del mondo, tra conservazione e progressismo. Una dialettica anche aspra sui grandi temi della politica e della società, mai sul piano materiale. Un profondo rispetto reciproco impediva di immaginare movimenti o piattaforme economicistiche che togliessero risorse ai padri per destinarle ai figli o viceversa. Si peccò d’ingenuità, certo, soprattutto a partire dagli anni ’80. Non stiamo qui a dire del craxismo, dell’esplosione del debito pubblico in quegli anni. Mi sembra però accertato che se le opere pubbliche in Italia ed il generale welfare sono costati – a parità di servizi erogati – due o tre volte la media europea, è colpa della corruzione e dell’intreccio perverso politica/economia/criminalità. Non è giusto semplificare questo dato addebitando una perversione sistemica alla generazione che l’ha subita per prima. Quella generazione è parte offesa,  non il reo,  di una gravissima scelleratezza che protende le sue catastrofiche conseguenze ben oltre l’agorà giudiziario. Impoverisce le generazioni future, semina sfiducia tra cittadino e stato, corrode le istituzioni, acuisce il risentimento sociale, attecchisce fin dentro l’immaginario collettivo innestandovi la povertà dell’io autonomo ed autoreferenziale, nel lavoro come nelle relazioni sociali, mortificando il generale sentimento di solidarietà fra persone, categorie, generazioni.

Si tratta di  tutele che, in parte, resistono ancora ai colpi d’un sistema miope che  va dissipando  le risorse dell’intera specie umana, come nessun’altra saprebbe in natura. Tutte  le altre  hanno nel codice genetico una sorta di controllore automatico, un tutore, che non consente di distruggere  l’ambiente o “nicchia ecologica” esistente  per la mera  sopravvivenza attuale, a garanzia della conservazione della specie. Insomma, nel codice genetico è iscritto una  sorta di  patto intergenerazionale che impedisce la dissipazione di risorse in danno degli individui che verranno . Chi ha corrotto quel codice?

Alla luce di queste considerazioni sarebbe opportuno rivedere i criteri con cui la razionalità umana, dai forti connotati autoreferenziali, postula la scala gerarchica dei viventi. La misura del cranio, ad esempio, non pare più garanzia di maggior intelligenza se una formica od un rettile riescono a conservare le risorse del proprio ‘habitat per le generazioni future ed a modulare i consumi di quelle attuali in modo da fornire  all’ecosistema tempi e modalità di rigenerazione.

Ora, non vogliamo indagare oltre, ma saremmo curiosi di conoscere la “capacità cranica” media  di un TQ , sicuramente notevole, per poi chiederci se tanta evoluzione dagli esiti pregiatissimi non abbia in qualche modo tradito il concetto stesso di “intelligenza”,  se il bene primario, la conservazione della vita dell’individuo e della specie, è posto a rischio dallo stesso sistema economico prescelto.
Per concludere,  se davvero si vogliono gettare ponti e non acuire risentimenti, è necessaria un’analisi storico-sociale più puntuale. Le generazioni giovani e giovanissime devono prendere nelle mani il loro futuro “senza chiedere il permesso”, non tanto ai padri quanto ad un sistema che sta drenando risorse e diritti tanto ai padri quanto ai figli. Se c’è una controparte ed una proposta di cambiamento, padri e figli devono individuarle assieme, contro chi ha dissipato, dileggiando la cosa pubblica e le risorse naturali , per rinforzare il potere personale ed accrescere la propria ricchezza privata

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3 risposte a Inventarsi lo scontro tra generazioni ed un mestiere: il soccorritore

  1. Partiamo dalle cose ovvie: questo post è molto lungo. Difficilmente mi capita di leggere testi lunghi sul pc, quindi quando lo faccio spero sempre che ne valga la pena. In questo caso credo che ne sia valsa la pena, se non altro perché si toccano talmente tante tematiche che qualcuna mi riguarda da vicino.

    L’argomento TQ non mi tocca, non sono né T né Q, per adesso sono V che si avvia ai T, ma devo dire che in generale ho sempre avuto qualche problema a definirmi solo con gli anni che ho, mi è sempre parso un po’ riduttivo. Non sono gli anni che hai, ma come li vivi. Ho incontrato quarantenni più immaturi di sedicenni per questo non sono sicura che l’età sia sempre sintomo di esperienza e/o saggezza.

    Detto questo, la parte che ho trovato più interessante, se può interessare quel che m’interessa, è quella che riguarda il patto tra generazioni, perché è proprio il punto di rottura che ci fa sentire così incerti rispetto al prossimo futuro. Parlavo con un’amica, qualche tempo fa, lei sì è una T ma fortunatamente è anche molto altro, e mentre parlavamo lei ha detto una frase profondamente vera a cui penso spesso: “Il mondo del lavoro così come lo intendono i nostri genitori non può più esistere, siamo noi a dovercene costruire uno nuovo”.

    E allora ho passato tutti questi mesi – perché abbiamo parlato qualche tempo fa – ecco ho passato un sacco di tempo a pensare quale possa essere questo nuovo mondo del lavoro, eppure non mi è venuto in mente. Allora ho pensato che è vero che quel mondo del lavoro non può più esistere perché io a fare sempre lo stesso lavoro ogni giorno non ci penso neanche, ma qualcosa deve pur resistere, perché niente nasce dal niente e se devo creare un nuovo mondo lo devo basare sulle parti migliori del mondo passato. Ecco io quelle parti migliori le individuo nei diritti acquisiti da quegli stessi genitori che si vergognano di parlare delle loro lotte e delle conquiste sindacali che i cosiddetti sindacalisti svendono senza troppi problemi. Però queste cose possono solo essere un punto d’inizio, perché per i nostri genitori sono stati il punto d’arrivo.

    Io non lo so mica se c’ho ragione, so solo che leggendo questo articolo ho pensato a quella conversazione con la mia amica e ho pensato anche a quando dico ai miei genitori di raccontarmi perché e come, quando avevano la mia età, hanno deciso di scendere in piazza per rivendicare dei diritti a cui prima nessuno pensava di dare valore. Ma loro non lo fanno.

    Allora è questa l’unica colpa che mi sento di imputare, questa volta sì, alla loro generazione: non riuscire a guardarsi alle spalle per ripercorrere tutti i passi – sia quelli giusti che quelli sbagliati – che ci hanno fatto arrivare dove siamo ora, e indicarci, infine, quali siano stati per loro i principi da raggiungere e da cui noi dobbiamo ripartire.

    Tocca farlo da noi. Tocca provarci.

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