Il presidente

Stento a capire cosa s’intenda  per democrazia . Se  l’ossequio di procedure istituzionali  che  consentono (mero strumento per ) il successivo articolarsi di scelte politiche bocciate dalla stragrande maggioranza del popolo italiano alle ultime elezioni. Oppure la  presa d’atto delle istituzioni – Presidente della Repubblica in primis – che il popolo sovrano ha espresso un mandato chiaro per il cambiamento sostanziale dell’indirizzo politico-economico delle scelte di governo e che non ha semplicemente indicato un rinnovamento generazionale, sicuramente apprezzabile e benvenuto. Attraverso l’elezione di Napolitano si  è consentita la  formazione di un governo appoggiato da  PD-PDL che porterà in esecuzione il programma scritto dai dieci  saggi (o parte di esso) che sostanzialmente prevede due  filoni:

1.    intervento su magistratura ed intercettazioni, magari con decorrenza retroattiva, in modo da salvaguardare gli interessi illegittimi di indagati, imputati e condannati  in primo e/o secondo grado. Mantenimento del finanziamento pubblico ai partiti ed ai giornali in modo da tenere in piedi la macchina per la formazione del consenso  sotto il profilo mediatico (stampa) e sotto quello funzionale (partiti-azienda). Le due cose vanno lette assieme, interpretando il concetto di democrazia nel suo significato sostanziale, che   fonda sulla  “libertà da”  mentre si lo si traduce spesso (soprattutto a destra) in  “libertà di”.

2.    Programma di politica economica, col duplice obiettivo di ridurre il costo del lavoro –   abbassando la tassazione con  fondi sottratti al welfare, sanità, scuola, magistratura, ecc,   comprimendo anche  salario reale e    diritti,  per rendere le aziende più competitive. E di proseguire l’opera di Monti e dell’agenda Merkel-BCE sul fronte del contenimento del deficit e del rientro del debito pubblico, secondo  programma e  scadenze imposti  dal “fiscal compact” .

La ripresa economica dentro queste linee guida significa sostanzialmente lavorare di più, guadagnare meno , avere meno protezione sociale, vivere e curarsi peggio, ammalarsi di più, pagare  contributi previdenziali tecnicamente strutturati su un’aspettativa di vita-lunga, ormai  illusoria tenendo conto del generale peggioramento delle condizioni esistenziali e della qualità della vita , dell’assistenza e della sanità. Per di più, senza neppure la certezza di poter contare su un adeguato assegno pensionistico  a fine carriera lavorativa.

Dunque,    il significato di  democrazia non può essere  brutalmente riassunto nel concetto di “correttezza procedurale” se  a sua volta essa consente l’espropriazione della sovranità popolare alla base della nostra Costituzione. I meccanismi procedurali ed istituzionali (seconda parte Costituzione)  sono stati pensati per promuovere e realizzare i principi inderogabili (prima parte Costituzione) su cui Carta e convivenza civile fondano. Se oggi qualcuno riesce ad utilizzare quei meccanismi  per scardinare valori e principi di convivenza sociale che sono il cuore della Costituzione , significa che qualcosa non torna e che la democrazia sostanziale sta subendo un colpo durissimo, in Italia come in altri paesi europei. Non è necessario che si affacci un movimento nazifascista per incutere timori e sospetti.  Il termometro della democrazia non si misura soltanto nel numero di manganelli o nella violenza  fisica e verbale. “La libertà da”, prevista e promossa  in modo preciso in molti punti della Costituzione, è indispensabile premessa economica per la realizzazione della “democrazia sostanziale” . Il grande equivoco, diventato prima  gioco lessicale e poi  protervia istituzionale , sta nell’aver assunto  lo strumento come fine, perdendo di vista, per poi cancellarlo definitivamente, l’oggetto che  quello strumento doveva promuovere e tutelare.

La democrazia è la condizione di vita individuale  e sociale delle persone, la loro stessa dignità, non la modalità istituzionale per garantirla . La Costituzione affida al gioco democratico l’oscillazione economica tra benessere individuale e sociale , tra proprietà privata e bene collettivo. Un’oscillazione che trova dei limiti nello stesso dettato  costituzionale. Limite minimo (al di sotto del quale non si può andare) art. 36 Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. ” .  Ed un limite massimo , art. 42 (non è un caso se   Berlusconi vorrebbe modificarlo)  La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto e di godimento e i limiti allo scopo di assicurare la funzione sociale e renderla accessibile a tutti.
La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge e salvo indennizzo, espropriata per motivi di interesse generale.
La legge stabilisce le norme e i limiti della successione legittima e testamentaria e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità

Infine, l’ordinamento costituzionale individua diversi strumenti affinché quell’oscillazione non debordi in eccesso. Ad esempio, il senso della progressività dell’imposizione fiscale è appunto questo: ridistribuire l’accumulo in eccesso in forma di servizi sociali e welfare.

Tutto questo per affermare il valore universale dell’uguaglianza e per scongiurare che un uomo possa degradare a valore di oggetto nelle mani di un altro uomo.

Invito a pensare seriamente se e come la democrazia sostanziale (non la mia personale idea di democrazia ma) quella prevista e promossa diffusamente dalla nostra Costituzione, soprattutto nella prima parte, non venga sistematicamente offesa da programmi di politica economica che impoveriscono sia gli individui che il corpo sociale o con assetti normativi  che sempre più pericolosamente abbandonano  il lavoro a forme di contrattazione privatistica ed individuale , in cui la parte economicamente debole  (il lavoratore) rimane privo di tutele nei confronti della controparte-forte.

Questo è il quadro pieno di polvere che ho sulla testa.

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