Twitter sei indagato. #sappilo

Sempre più spesso carta stampata e talk show si occupano dei social network. Accanto ai programmi con un buon  appeal scientifico  od a  quelli  socio-culturali di una certa  serietà, abbondano   trasmissioni che fanno il verso a Twitter o a Facebook, col sol fine di riprendersi gli ascolti e le attenzioni che irrimediabilmente gli stessi social, e la rete in genere, sottraggono loro. E’ una questione squisitamente economica, visto che la pubblicità defluisce dai giornali e dalle TV per riempire con impressionante velocità   le  pagine  web, i blog di informazione ed in generale i siti più cliccati in rete.

Ormai non c’è pagina web  che vanti un considerevole numero di visite giornaliere, ove non compaia al primo click uno spot pubblicitario, fra l’altro molto meglio strutturato di un’immagine cartacea con testo. La rete non offre soltanto un’infinità di mezzi tecnologici tali da consentire al messaggio un’espressione più ricca e variegata  del contenuto propagandistico. Il web consente anche di raggiungere migliaia di persone fra loro potenzialmente in comunicazione che spesso agiscono da cassa di risonanza di un “pacchetto” d’informazione che contiene novità sugli  interessi personali di ognuno.  Tutto viene  diffuso ed amplificato in tempo reale , ed in quel “pacchetto” c’è sempre una notizia, una novità, un messaggio, diffuso anche involontariamente, con l’indicazione del relativo link. Lì quasi sempre  al primo click scatta lo spot non previsto e forse anche non gradito. Ma scatta ed un contatore somma i click, indifferente al grado di gradimento  di chi lo spot spesso subisce.

E’ il business impietoso della pubblicità che segue irrimediabilmente la “forma” comunicativa più gettonata. La televisione-spazzatura ma anche  i talk show, hanno francamente annoiato, registrano un seguito sempre più ridotto, con la conseguente diminuzione della domanda pubblicitaria. Complice la crisi economica dal forte connotato  recessivo, le aziende cercano forme  incisive sempre più a basso costo, per diffondere prodotti e servizi. Un palinsesto televisivo, per quanto di bassa qualità, deve sostenere costi di personale importanti, perché l’intervento umano nel prodotto televisivo ha un costo incomprimibile oltre un certo limite. D’altra parte la rete  si avvale di una vastissima gamma di format,  capaci di attrarre attenzioni e pubblico ma soprattutto interattività. Poter commentare immediatamente un blog o la pagina di un quotidiano online,  assolve all’esigenza  del “tutto e subito”,   alla immaginifica forma d’onnipotenza che va sempre più compensando la progressiva presa d’atto d’una impotenza sul piano reale, sia essa economica, relazionale, lavorativa, culturale, ecc.

L’interattività, accanto e dentro l’immediatezza relazionale, conserva il pericolo di diventare “fine” in sé, un po’ come la “eiaculatio precox” riduce ed impoverisce, concentrandola  nell’attimo, la vastità delle gradazioni e delle sensazioni erotiche.

In questo, l’assenza di interattività h24 , del “tutto e subito”, della possibilità di sfogo con “delirio d’onnipotenza”, invecchia  giornali e TV . Sempre più spesso il popolo internauta, innanzi ad una carta stampata o ad   immagini che scorrono in TV, sente forte l’impulso di cliccare qualcosa, l’assenza del tasto “invio”, d’una tastiera, tradizionale o touch screen che sia, che consenta di sfogare all’istante quel sentimento di approvazione o di contrarietà appena nato e che lo invade in quel preciso istante.

Ora,  sempre più spesso quotidiani, settimanali e TV si occupano di Social Network. Lo fanno in varie forme ma con lo scopo principale di  recuperare attenzioni, anche in assenza di una vera interattività. Allora si escogitano forme che in qualche modo possano evocarla. Ad esempio si crea un account Twitter della trasmissione (ad esempio  @InOndaLa7), si  prevede  una riga in basso allo schermo dove scorrono solo alcuni e selezionati tra le centinaia di  tweet inviati in rete  sugli argomenti in quel momento trattati nel talk , e si dà così  l’illusione d’essere interattivi. Ma la forma di comunicazione più sublime ed allo stesso tempo più subdola, sta nell’incentrare l’intero talk su: “dove ci porterà Twitter?” oppure “Perché su Twitter gli insulti sono più frequenti che nella realtà?” o ancora “E’ opportuno  regolamentare i social network?.

In definitiva programmi così strutturati tentano di riprendersi il l’attenzione pubblica, lanciando un messaggio preciso: “ caro Twitter, devi capire che l’informazione sono io (tv e giorali)  e sono io che influenzo le tendenze e le necessità pubbliche fino alla formazione delle norme per la tua stessa esistenza. Devi sapere che da qui governiamo  anche te”.

La7 proprio ieri sera ha speso l’intera trasmissione “In onda” con Porro e Telese,  dove  le opinioni più divertenti e bizzarre venivano sciorinate come fossero oculate riflessioni di esperti e validate scientificamente,  sulle modalità di comunicazione in uso su Twitter.

In verità quei  signori sanno bene che devono inseguire la rete e il web, perché lì va concentrandosi la pubblicità, unica  fonte del loro mantenimento, a parte  eventuali finanziamenti pubblici.

E’ un po’ come  il disperato tentativo del povero cane di rincorrere un osso attaccato ad un filo, a sua volta legato alla marmitta di una Maserati. L’auto   accelera e decelera, inconsapevole di quel ridicolo ed inutile inseguimento. Il paragone è però improponibile dato che mai un animale, dotato di istintivo ed immediato report costi/benefici,  cederebbe ad una simile idiozia.

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