Carceri. Il lavoro ed il “perdono socialmente utile”

lavoro

Dalla  sua “Amaca”  del 15 ottobre 2013,   Michele Serra   riflette sul problema dell’affollamento delle carceri. Un intervento che vorrei qui riprendere proponendo alcuni spunti di riflessione.

“Commuoversi per i colpevoli” è pietas, il tributo del giusto alla mancanza, al fallo, perché  fra giusto e reo ci sia ancora  equilibrio umano . Le società giuste non espellono il reo, non lo sopprimono . Egli è punito e successivamente accolto, dopo un trattamento rieducativo . La civiltà fonda sulla inviolabilità della dignità umana. Quello è il confine che divide  il giusto dal  reo: se il giusto nel punire il reo ne viola la  dignità, giusto e reo fondono senza più distinzione  nella bestialità. Non c’è più parola  ma gesto animale. Non c’è più Stato.  Il tratto umano è nella parola, nella elaborazione che segna il percorso tra parola e gesto. In questo caso la parola è “rieducazione”, “reinserimento” . Il passaggio all’atto vendicativo senza la mediazione della parola, è bestialità. La reazione istintiva è  inconcepibile nella società umana, in uno Stato civile. Una società vendicativa che fa della pena uno strumento punitivo sic et simpliciter, è una moltitudine che sposta il suo baricentro dalla congregazione umana al branco animale.

Altri diranno sugli strumenti giuridici di merito e  procedurali più idonei per risolvere o, quanto meno, per  alleggerire il surplus illegittimo  di pena che lo Stato infligge ai detenuti, rilevato anche dalla  “Corte Europea dei Diritti dell’’Uomo”. Ciò che invece andrebbe con forza rivendicato  è un intervento di tipo culturale per preparare la cittadinanza ad accogliere l’emendato. Persistendo  un   profondo e diffuso  pregiudizio sociale   nei confronti degli ex detenuti, qualsiasi politica di alleggerimento della popolazione carceraria è destinata alla provvisorietà, che  nel giro di pochi mesi  si farà inutilità, riempiendo  le carceri  come e più di prima.

La cittadinanza deve imparare ad accogliere il reo emendato e lo Stato è chiamato a mettere in campo tutte le iniziative idonee a questo fine. Dalla preparazione professionale degli operatori   addetti agli  “Uffici della esecuzione penale esterna”,  dotandoli di nuovi obiettivi per il reinserimento dei degli ex detenuti e dei relativi strumenti strutturali e finanziari.  Ad una revisione di tutte le norme che impediscono agli ex detenuti di accedere ad impieghi ed incarichi in  enti pubblici, agli ordini professionali, a mestieri di rilevanza pubblica, ad iscrizioni presso Camere di Commercio, ed a  tantissimi altri organismi attraverso cui si dirama tutta l’attività della piccola e media imprenditoria ed artigianato. I reati andrebbero selezionati in modo da escludere,  in una  particolare attività,  chi (in virtù del reato commesso) è ragionevolmente inadatto  ad assumere incarichi ed a praticare mestieri riferiti a quel settore . Senza però pregiudizi ad affidargli incarichi che, col suo reato, nulla hanno a che fare. L’organismo sociale di controllo  potrà seguire l’inserimento lavorativo e garantire la collettività.

Come potrà un ex detenuto inserirsi nel mondo del lavoro legale se questi limiti socio-culturali, normativi e strutturali persistono? Come potranno le carceri svuotarsi se i detenuti saranno costretti a rivolgersi al mondo della criminalità per trovare un qualsiasi impiego e, pre questa via, a reiterare comportamenti delittuosi?

E’ assolutamente necessaria, infine, una convinta azione di  diffusione e promozione di una nuova cultura della convivenza, dell’accoglienza  e della “riparazione”,  che ha nel valore sociale più profondo del perdono e del lavoro il fulcro del suo successo.  Un perdono in cui vittima e carnefice possano ritrovarsi non più soltanto nella dimensione spirituale, sentimentale o religiosa, certamente importanti,  ma che  ora va concretizzata nella solidità dell’atto. Il lavoro è la sede di una ritrovata dignità cui  l’emendato può  accedere  solo se in esso si scioglie anche  il perdono dell’altro, della società. Investire nel “perdono socialmente utile” non è un atto buonista ma un’opportunità che gli  uomini giusti  hanno di accogliere  l’emendato e di ridurre i rischi e i pericoli della reiterazione del reato, a vantaggio di tutti.

Annunci

Informazioni su nomefalso

Tell people a little bit about who you are
Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...