A mia sorella Maria

C’è una bambina biondissima e riccioluta. Un paio d’anni d’età. Ridacchia e gorgheggia allegra tra i banchi. In  Chiesa. Dietro l’altare si consumano le ultime parole del rito funebre. Qualcuno la porta via di peso, mentre tutto il corpicino protesta vibrando. Poi il segno di croce. Mille  mani si cercano, si toccano. Andate, andate in pace.

Poche auto in fila al carro funebre attraversano spedite la bella cittadina ombrosa, col verde che spunta deciso ai semafori. Il corteo arriva al  cimitero monumentale seguendo  file di olmi ordinatamente allineati  ai bordi della strada. Ultimo saluto della cittadina. Poi colonne di marmo. Uno slargo di verde abbagliato da un sole impietoso irrompe dal porticato maestoso.  La bimba è sfrenata in quel mare improvviso che s’apre. In un angolo del prato, le ultime parole del prete accompagnano la salma nella fossa. Tra funi sfilate  e ciuffi di terra lanciati come baci affettuosi. Maria s’adagia per sempre.

La piccola accompagna nonna Maria con inconsapevole, infinita dolcezza . Ora carponi su una tomba a due passi, per spiarne i fiori di campo, torturare la coccinella imprudente che dalla foto in cornice tenta una fuga improbabile. Ora sguscia via ridanciana dalle  gambe dello zio anziano a cercare avversari più degni. Ora è il padre a rincorrerla. Ha  una smorfia sul viso:  Quella lacrima  cede al sorriso

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