Sofri sì, Sofri no

Di tutto parleremo fuorché di Adriano Sofri.

Credo sia utilissimo ascoltare chi in carcere c’è stato mentre si studia un progetto di riforma del sistema penitenziario.

Qui non si tratta di preferire il reo alla vittima, come molti hanno osservato nella polemica attorno a Sofri.

Uno Stato civile deve ricordare sempre la funzione rieducativa della pena sancita in Costituzione. Il carcere, ove necessario , deve trasformarsi in luogo rieducativo, oltre che per motivi umanitari e costituzionali, anche per abbassare il rischio di reiterazione del reato. Ormai abbondano gli studi in materia che sottolineano questo aspetto ( si legga “Aboliamo il carcere” L. Manconi  )

La migliore pedagogia ha da tempo stabilito che il successo di un percorso educativo dipende in gran parte dal grado di coinvolgimento dell’educando. Recuperare , soprattutto quando si tratta del reo, un rapporto empatico tra istituzione pedagogica e soggetto (non più oggetto) è indispensabile affinché l’educando senta suo quel percorso, dedicato alla sua persona e non un’astratta teoria in cui altri si cimentano, spesso con  poco successo e con danni rilevanti per la società .

Massimo Recalcati nel suo ” L’ora di lezione” sottolinea con vigore questo aspetto, riferendosi alla funzione della scuola e dell’insegnante. Dunque , dobbiamo imparare a creare rapporti empatici tra le istituzioni e i cittadini affinché passi in qualche modo la parola “amore” in qualsiasi rapporto istituzione/cittadino.

In questo caso coinvolgere gli ex detenuti sarebbe utile, oltre che per il contributo che possono offrire in relazione all’esperienza diretta vissuta, anche per farli sentire soggetti del processo riformatore dell’istituzione carceraria. Finanche il codice dell’ordinamento penitenziario prevede un “percorso rieducativo personalizzato” che la “equipe di esperti” dovrà individuare con il pieno coinvolgimento del detenuto.

D’altra parte, si comprendono fin troppo bene le resistenze alla partecipazione attiva degli ex detenuti,  da parte di chi vorrebbe relegare la pena nella premoderna, asfittica ed incostituzionale  “funzione retributiva” .

Dunque, il punto non è Sofri sì, Sofri no, ma un altro sguardo con cui leggere la pena ed  la rieducazione.  L’obiettivo di uno stato civile deve essere quello di realizzare   un percorso che superi la dicotomia del  momento punitivo distinto da quello rieducativo. Si deve pensare ad un progetto di reinserimento sociale che mentre rieduca ammendi, che recuperi nel reo la consapevolezza del danno individuale e sociale causato.

E che vi ponga rimedio proprio col successo rieducativo, indispensabile al reinserimento sociale del reo emendato ed al conseguente abbattimento del tasso di reiterazione del reato. Risorsa che deve leggersi anche in termini economici, valutabile in svariati milioni di euro per l’abbattimento dell’entità del danno causato dai  reati ai cittadini ed allo Stato.

Un progetto-carcere che infonda fiducia nel detenuto: la consapevolezza che la sua vita può ricominciare. Che il carcere/istituzione è lì come alleato nel suo progetto di rinascita.

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