Femminicidio e femminino

Il problema di fondo sta nel riconoscimento del suo femminino da parte dell’uomo. La radice di ogni altra considerazione è tutta qui. Sotto il profilo psicologico è solo un problema di riconoscimento, identico ad ogni forma di riconoscimento io/altro. Qui gli attori sono però entrambi interni al soggetto, figure che compongono la personalità umana. Se il maschio dentro di me  non riconosce ma rifiuta il proprio femminino, assieme rifiuta la (propria) fragilità, la (propria) dolcezza, la (propria) delicatezza.  Attenzione e cura resteranno obblighi dell’altro, della donna.

Io sarò incapace di gestire il fallimento, di chinare il capo di fronte al rifiuto, di accedere alla sofferenza, il cui stadio primario si manifesta  in forma depressiva. Fase indispensabile per una ri-generazione, dove il lutto si elabora, impedendo che tutto si trasformi in rabbia.

Depressione/elaborazione è   procedura  indispensabile, non  solo per offrire il tempo-spazio psicologico affinché l’evento venga ragionato, elaborato.  Essa consiste anche nella deviazione del percorso pulsionale allo stato del simbolo, di sospensione, di mediazione. L’elaborazione simbolica del lutto, della perdita, del fallimento, evita il passaggio all’atto, l’immediatezza espressiva dell’impulso. In altre parole, il tratto simbolico umanizza la perdita, fa da  mediatore  tra la pulsione e la realtà , evitando che essa si esprima  nel linguaggio primordiale dell’atto come reazione immediata.

La donna, al contrario di ciò che solitamente si crede per una cattiva interpretazione della letteratura sull’argomento,  non è qui oggetto (del desiderio) ma soggetto non riconosciuto (per questo motivo si fa una grande confusione parlando di uomini che uccidono l’oggetto del loro desiderio quando l’oggetto vi si ribella) . La dinamica è la stessa che regola  il rapporto io/legge. Se la legge non viene introiettata-simbolizzata ( non si fa simbolo dentro di me) ma resta un decalogo esterno, potrò anche convincermi di rispettarla per convenienza sociale o personale.  Non l’avrò riconosciuta come “legge mia” ma solo come “legge dell’altro”. Io e l’altro non siamo dentro lo stesso statuto simbolico.  E l’altro assume dignità simbolica solo quando sarà stato riconosciuto quale parte di me. Se la donna, la legge, l’altro, non si fanno simboli interiorizzati, restano soggetti non riconosciuti. Per comunicare sarà necessario   un mediatore culturale, ruolo assunto spesso da figure amicali o familiari, religiose o professionali. Ma in assenza della mediazione o per il fallimento di questa, il linguaggio comunicativo fra due soggetti privi di intermediazione simbolica, degrada alla semiotica primordiale. Diventa l’atto. Preceduto dal verso, dal grido, dal segno offensivo. La parola (“la parole” lacaniana) è il luogo dell’elaborazione simbolica, il salto nell’umano dalla bestialità.  La parola non ha qui  cittadinanza perché non l’ha mai conquistata in mancanza  di un alfabeto simbolico comune che può costituirsi solo dentro la dinamica del riconoscimento.

Se riconosco il mio femminino, non potrò mai uccidere una donna. La sofferenza che proverei solo al pensiero di farlo, me lo impedirebbe. Se vincesse comunque  il moto rabbioso, avrei ucciso una parte di me e trasformato me stesso in un vegetale.

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