Ulisse, il capitalista lacaniano

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In un recente articolo apparso su La Repubblica,  Massimo Recalcati mette a confronto l’Ulisse di Dante con l’Ulisse omerico, per evidenziarne le diverse prospettive rispetto alla conquista della  “Conoscenza”. L’Ulisse dantesco viene immediatamente messo in relazione con Edipo,  cogliendo  il comune tragico destino. Ulisse è travolto dall’impeto del mare appena  oltre le colonne d’Ercole, nel tentativo di accedere alla conoscenza illimitata,  all’infinito sapere.  Anche Edipo è preso dalla brama di  “conoscere”, di conoscere la sua origine, l’intimo del proprio sé. Non ascolta  consigli, non si accontenta di essere ricco e potente. Edipo vuole sapere.  Questa ostinazione condurrà anche lui  oltre le  colonne d’Ercole, oltre  l’umana sopportazione di un  sapere senza limiti.  Quando Edipo impara la propria storia, cade in una prostrazione estrema. Dopo aver appreso di essere fratello dei propri figli, sposo della propria madre,  egli non potrà più guardare il mondo. S’ infligge la cecità . Un po’ come accade ai bambini che si coprono gli occhi pensando di  non essere visti. Edipo  Sarà esiliato dalla comunità degli uomini.

Quindi Recalcati si dedica all’analisi dell’Ulisse omerico. Qui coglie nel desiderio di conoscenza, nel viaggio lontano dalle proprie radici, non il gesto di un delirio di onnipotenza  ma la forza generatrice di conoscere per migliorarsi,  per tornare fecondo. Un viaggio verso la conoscenza ma nel perimetro della umanità, contrassegnato dal gesto del  ritorno. Ulisse torna alle proprie radici: non abbandona Telemaco, non dimentica Penelope, riconosce il debito filiale verso  Laerte.

A questo punto potremmo arricchire l’analisi con un altro aspetto critico.

Horkheim nel suo famoso saggio “Dialettica dell’Illuminismo, riferendosi all’Ulisse omerico,  sottolinea: ” la maledizione del progresso incessante è l’incessante regressione “. Dinanzi all’apparizione delle  sirene Ulisse si fa legare al palo ed ordina ai compagni di tapparsi le orecchie. Due strategie per non cedere al fascino delle sirene. I compagni possono così remare (lavoro manuale) senza lasciarsi distrarre dal canto ammaliante,  mentre egli riserva per sé la vista (primato platonico della vista al quale  Edipo rinuncerà infliggendosi la cecità) ). Per Horkheim, Ulisse è già il capitalista che governa il lavoro dei suoi compagni. Solo in questa rigida  divisione gerarchica di ruoli  è però possibile salvarsi. Non nella con-divisione della conoscenza ma nella sua divisione .

A ben guardare, dietro la visione di Horkheim  si cela in embrione  la narrazione lacaniana del “discorso del capitalista” , così come il  capitalismo industriale dell’800/900 fu l’espressione embrionale della sua evoluzione postmoderna . Quella forma grezza hegeliana fondata sulla struttura dicotomica servo-padrone, evolverà nell’assenza di limite del capitalista lacaniano  ipermoderno .  Anche Il pensiero pasoliniano rappresenta un indiscusso contributo in questa direzione.

Dunque, l’Ulisse omerico torna sì alle sue radici, ma solo dopo aver conquistato la conoscenza. Il ritorno è qui il privilegio del vincente (tanti suoi compagni perdono la vita perché relegati ad una funzione esecutiva, senza accesso al sapere) che ha sfidato il limite. Remunerazione del capitalista che ha rischiato. Egli  è tornato potente vincitore ed ora può travolgere chiunque gli si opponga. Non ha più limiti. Il ritorno alle radici è qui privilegio del vincitore-conoscitore. Gli altri non tornano.  Quella grezza e primordiale divisione tra godimento artistico (Ulisse guarda ed ordina) e lavoro manuale (i compagni eseguono e remano), preordina ad una salvezza condizionata: Solo se rinunci a conoscere ed esegui gli ordini ti puoi salvare. Il futuro sarà l’infinita potenza dell’Ulisse ipermoderno –  discorso del capitalista lacaniano – il quale, in virtù dell’assenza di limite, non ha più un corpo. Si eclissa nel mercato globale seminando figli senza padri.

Se si potesse riscrivere la scena omerica delle sirene col senno di poi, immutati resterebbero solo i compagni-figli di Ulisse che  remano mentre il capo senza più un corpo li sorveglia da un non-luogo. Ulisse è anche il Grande Fratello orwelliano.

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