CERTI CONGEDI

Trascrivo dal remoto  d’una memoria altra

“Gent.ma Direttrice,

vorrei ringraziarla per quanto l’intera organizzazione dell’istituto ha saputo esprimere in questi due anni qui trascorsi.

L’esperienza che vado concludendo è incominciata in un’altra Casa Circondariale  nei primi mesi del  2008. Toccai con mano quella  specie di girone infernale che  andava  angosciandomi con  minacciose fantasie già da  qualche tempo. Lo  shock del  primo giorno, il rito d’ingresso e tutto il resto.  Poi arrivò l’atteso trasferimento in questo istituto. Già nelle procedure  d’accesso e nel calpestarne i primi metri respiravo un’aria nuova,  una condizione umana disposta all’accoglienza, sia pure nei confini istituzionali assegnati alle diverse figure professionali con cui  prendevo  contatto.  Non ho intenzione di tediarla con la ricostruzione di un’esperienza assieme dolorosa e necessaria.  E neppure  dirò parole formali di scuse per gli occasionali comportamenti scorretti tenuti verso operatori e compagni di sventura. Dolorosi e necessari anche questi, probabilmente, se assieme all’adesione ai programmi rieducativi essi hanno saputo esprimere la mia personalità, o una parte di essa, per quanto sia  possibile in uno stato di restrizione della libertà.

Qui tutto serve a sopravvivere. Gesti e parole carichi di umanità non abbondano e spesso fluisce in superficie l’egoismo e la chiusura all’altro. Magari si tratta solo di superficie, appunto,  e bisogna scrostare   messaggi  e segni  dall’apparenza ed infrangere meccanismi difensivi che quasi sempre si e ci oppongono a rapporti più costruttivi.  Ed allora quando passa una parola decente, un sorriso, un piatto di pasta condita d’amicizia o di qualcosa che le assomiglia, non bisogna distrarsi. Un boccone di questi ingredienti rifocilla l’animo e fortifica lo stato di resilienza alla carcerazione. Gesti che pretendono riposta ed obbligano alla ricerca di risorse, a scrutare dentro di sé un angolo di riconoscenza  dove accogliere l’altro. Lasciare che l’io dilaghi incontrastato sull’intero territorio emotivo, padroneggiando spazio e tempo di questo “nonluogo” (direbbe l’etnologo Marc Augè), significa consegnarsi a pericolosissime strategie svigorite che promettono protezione ma producono isolamento.

E’ da questo groviglio di sentimenti, postulato della complessità umana, che ho provato a ripartire più volte, a ricadere , a risollevarmi, a riempire di senso il ”nonluogo” .  Se in questi giorni una vaga sensazione di successo mi accompagna quasi insolente,  lo devo a tanti . A chi ha saputo crearmi occasioni per esprimermi, nei percorsi rieducativi  formali  ed informali;  alle persone con cui ho scambiato pezzi di vita, ricordi, sofferenza. A chi, pur distante, non mi ha mollato ; ai compagni di giochi, alle risate genuine, alla leggerezza capace di mutare in un solo attimo il deprimente pessimismo in risata mozzafiato.  Lo devo alla  Fede sempre vacillante che continuamente mi interroga e col pretesto  d’una interminabile indagine interiore, mi tiene a sè come compagna ostinata.  Devo molto a chi ha saputo mettere assieme i pezzi usurati della mia storia e farne un mosaico da ricostruire; a chi vi  ha letto difetti e pregi invitandomi a dividere l’acqua sporca dall’altra, salvando così il bambino.

Lo devo a tanti e non posso che ringraziarli in modo corale, così come essi hanno lavorato dentro di me in un groviglio di forze e di stimoli. E non saprei neppure distinguere ciò che all’origine poteva apparire positivo o  negativo poiché è stato il loro intrecciarsi nella complessa concatenazione di avvenimenti, risposte, reazioni, riprogettazioni;  di comportamenti,  programmi e nuovi atteggiamenti,  il veicolo per traghettare la mia personale esperienza carceraria.

Solo da qui, da questa nuova consapevolezza, mi è possibile comprendere meglio il senso più vero di ciò che il lungimirante legislatore del 1975 definiva  “trattamento individualizzato”.

Infine, vorrei solo esprimere un’esigenza diffusamente percepibile fra i detenuti: il riconoscimento. Non si tratta di una mera faccenda formale e neppure di una gelida questione giuridica. Qui si ha bisogno di essere riconosciuti come persone e valorizzati per le proprie capacità.  Credo sia fondamentale infondere nel detenuto un vero sentimento di  riconoscimento  e di  accettazione, anche nel difficile compito civile ed istituzionale di rieducarlo e prepararlo al reinserimento sociale.

L’auspicio è che il prezioso lavoro intramurale si integri con concrete politiche territoriali e che  la risocializzazione non resti una speranza. Per raggiungere questo obiettivo è indispensabile un forte impegno sul piano culturale affinché la  cittadinanza  impari davvero ad accogliere l’emendato, a ridurre il naturale pregiudizio ed a rinsaldare il vincolo sociale interrotto.

Con i migliori auguri per un lavoro che sia sempre più attento alla irripetibilità dell’essere umano, saluto e ringrazio Lei e tutti gli operatori di questa piccola comunità.

data e firma”

Lettera allegata alla domandina del dimettendo detenuto

N.B. : Il gioco di “d” è involontaria cacofonica ironia.

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