IL RIGETTO

Mi chiamo Riccardo ho trentasei anni e vivo a Milano. Da cinque ricopro il delicato Ufficio di Magistrato di Sorveglianza. Sono parente stretto di un noto boss della Camorra. Studi classici, università e tutto il resto. Il mio linguaggio è rimasto offeso dalla visione familiare del mondo. Se vi pare in contrasto con il mio ruolo sociale e professionale, dite bene.  Un grosso carico di detenuti affolla gli archivi del mio studio. Vivo da solo e spesso abbandono sulla scrivania tutte quelle scartoffie, domande, ricorsi e scappo. Telefono ad Alice e scappiamo assieme. Alice è quasi ignorante, ha una Suzuki 1200 , vent’anni, due caschi neri e due occhi azzurri. E’ la mia cocaina. Lei dice che si nota, che stare con lei mi fa bene persino alla pelle. Io dico che in società sarei a disagio. Presentarmi con Alice ad una cena fra colleghi corredati da consorti e simili, mi sentirei fuori luogo. Forse anche per l’età. Non so bene se per la sua o per la mia. Probabilmente per la nostra ma soprattutto per la sua ignoranza. Lo ammetto, sono uno stronzo. Allora scappiamo in montagna anche se odio la neve, anche se mia mamma è morta annegata sotto i miei occhi quando avevo quattordici anni. In alto mare. Fu allora che ci trasferimmo da zia Claudia con papà qui a Milano. Ed è qui che ho incominciato a conoscerlo, il mio papà. Ma io odio la neve mica il mare. Però quando racconto spesso divago come il mare. Non so se si nota anche nei decreti e nelle ordinanze di rigetto. Sono quasi tutte di rigetto le ordinanze. Mentre con i decreti fisso udienze che so già inutili, con le ordinanze seppellisco definitivamente ogni velleità del detenuto. Non ci penso neppure di questi tempi a tirar fuori gente dalla galera. In famiglia non sono ben visto, si capisce. Con tutto l’abbaglio mediatico su questo o quel reato e la manfrina attorno alla “paura percepita”, non si può essere teneri. Noi di “sorveglianza”,  stando in trincea,  siamo costretti alla durezza per infondere tranquillità. Siamo valium socialmente rilevante. Rappresentiamo il cuscino fra la giurisdizione e la società. E’ a noi che guardano quando delinquono dai “domiciliari” o in “affidamento”. I giornali abbagliano ed intimoriscono. Soprattutto quel bagliore distorce le lettere del codice e quelle iniziano a migrare da una parola all’altra, come frustate dal panico ed il codice si autoriforma sotto quell’effetto allucinogeno iniettato dalla paura. Alice, diploma ragioniere, non osa contraddirmi perché di procedura penale non capisce un cazzo. Eccolo il veleno, lo scurrile del mio sangue salire  con impeto  infilarsi dritto nel linguaggio, nella interdizione uomo-animale e mi fa animale mancato. L’animale morde, ammazza.  L’animale mancato compensa nella oscenità, nella bestemmia, nel porno. La volgarità è la sua salvezza e la sua condanna a non essere.

La ragazza sospetta che quel “movimento letterario”  (così chiama le parole che migrano…) non dipenda dal faro, dalla luce e da tutte quelle cazzate sui media e sulla “paura percepita”. Suppone la donna, addirittura insinua, che sia lei stessa, mia cocaina, a muovere quelle lettere nella mia testa, a riformare i codici in modo che io possa scrivere sempre un’ordinanza di rigetto e dormire in pace senza che il rimorso mi guasti le nottate. La mamma approverebbe? Lassù la mamma approva? C’è nessuno lassù?

Alice è l’esplicita conferma che un contabile senza lavoro diventa presto psicologo. Gliel’ho anche detto. “E non a torto”, mi rintuzza:  “Anche i barbieri in periodi di crisi si riciclano. Si fanno acuti sociologi e fini politologi. Elaborano inedite teorie economiche capaci di sistemare tutta l’ingiustizia generata da quando Homo sapiens saltellò pigramente dentro Homo oeconomicus . (questa cosa dell’homo sapiens l’ho aggiunta io per arricchire ). E lì sta. Il barbiere di mio padre, ad esempio,  dice che basterebbe una buona riforma della giustizia per tagliare la metà dei giudici.”

  • “Quello che fa ricettazione per arrotondare?”
    Con Alice spesso facciamo l’amore. Ci piace addentrarci nei boschetti in collina o in campagna fin dove la moto consente l’accesso. Poi prendiamo a passeggiare per sentieri ignoti. Ignoti anche in senso metaforico perché lì accadono cose insolite, perché, davvero, nessuno dei due potrebbe dire con precisione il motivo del bisogno che ci prende di tenerci per mano fra gli alberi, con un senso di umido attorno alla punta del naso, incastrando le dita fra le dita e perché questo non accada mai in città.

 

 

 

 

 

(to be continued maybe…)

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